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Londra

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Velocità

Lunedì, ore sette. Londra. Piove, piano, come sempre in ottobre. James Bond apre gli occhi nel suo appartamento di Chelsea, al secondo piano di una casa bianca vicino al fiume. La stanza è piccola e in ordine: un letto, una sedia, una finestra grande. Sulla sedia c'è il vestito nero della sera prima. Sul tavolo c'è un bicchiere vuoto. James guarda il soffitto per un minuto. Poi scende dal letto e va alla finestra.

Fuori c'è la strada bagnata, un autobus rosso, un uomo con un cane nero. Davanti alla porta c'è la sua Bentley grigia, vecchia e bella. James la guarda con un sorriso. Poi va in cucina e prepara il caffè: nero, forte, senza zucchero. Come sempre. Beve il caffè in piedi, vicino alla finestra, e non pensa a niente. È il suo momento preferito del giorno.

Il telefono suona. James guarda l'orologio: le sette e dieci. Nessuno chiama alle sette e dieci per una cosa bella. «Pronto», dice James. «Buongiorno, James», dice una voce di donna. Una voce calma e chiara, senza fretta. È Loelia Ponsonby, la segretaria di James e degli altri agenti della sua sezione, all'ottavo piano. «Loelia. Sono le sette», dice James. «Lo so. Anche M lo sa», risponde Loelia. «M ti vuole. Subito.» «Subito, subito?», chiede James. «Subito, James. Moneypenny ha già chiamato due volte per sapere dove sei», risponde Loelia. James finisce il caffè. «Arrivo», dice James. «Venti minuti.» «Dieci», dice Loelia. «E il tuo rapporto di venerdì è ancora sulla mia scrivania.» Poi chiude.

James mette il vestito nero, una camicia bianca, la cravatta nera. Prende le chiavi della Bentley e scende in strada. La pioggia è fredda sulla faccia. La Bentley parte subito, con un rumore basso e contento. James guida piano lungo il fiume: il Tamigi è grigio, i ponti sono grigi, il cielo è grigio. Londra, di lunedì mattina.

L'ufficio dell'MI6 è in un grande palazzo grigio vicino al parco. Sulla porta c'è solo un nome: Esportazioni Universali. Non è il nome vero, ma a Londra nessuno fa domande. Dentro c'è un uomo in uniforme che conosce tutte le facce. «Buongiorno, signor Bond», dice l'uomo. «Buongiorno, George. Piove», dice James. «Piove sempre, signore», risponde George. James prende l'ascensore fino al nono piano, l'ultimo. Il corridoio è lungo, con un tappeto verde e molte porte chiuse. Alla fine del corridoio c'è una porta alta e scura. Dietro quella porta c'è subito un'altra porta, coperta di pelle verde scuro, con bottoni d'ottone: due porte, una dietro l'altra, così nessuno sente le parole di M. Davanti alla prima porta c'è una scrivania, e alla scrivania c'è Moneypenny.

Moneypenny è elegante, come sempre: capelli castani, una camicia bianca, una collana di perle. Ha una penna in mano e un sorriso sulla faccia. «Diciotto minuti», dice Moneypenny, e guarda l'orologio. «Loelia ha detto dieci. Non male, per te.» «La Bentley è veloce», dice James. «La Bentley è vecchia», risponde Moneypenny. «Tu sei veloce quando vuoi.» «Cosa vuole M?», chiede James. «M è qui dalle quattro. Non è contento. Ha la pipa in mano, alle sette del mattino.» «Spenta?», chiede James. «Spenta», dice Moneypenny. «Allora è serio», dice James. «Entra», dice Moneypenny. «E James... buona fortuna.»

L'ufficio di M è grande, vecchio ed elegante, come lui. C'è odore di fumo di pipa, dolce e forte. C'è una scrivania grande di legno scuro, una lampada verde, due finestre alte sul parco. Alla parete c'è una mappa del mondo. Su un tavolino c'è una bottiglia di whisky scozzese, con due bicchieri. Davanti alla scrivania ci sono due sedie piccole, di pelle. Dietro la scrivania c'è una poltrona grande, di pelle marrone, e nella poltrona c'è M. È un uomo di sessantacinque anni, forte, con i capelli bianchi e senza barba. Ha la pipa in mano. La accende poco: la tiene, la guarda, la mette giù. «Buongiorno, 007. Sei in ritardo», dice M. «Di otto minuti, signore», risponde James. «Di otto minuti», ripete M. Non sorride.

Sulla scrivania ci sono tre foto. M le gira verso James, una dopo l'altra. Nella prima c'è un laboratorio: un tavolo lungo, molti oggetti strani. Nella seconda c'è una scatola di vetro, grande come una televisione. Dentro non c'è niente. Nella terza c'è una porta di ferro, aperta, e dietro la porta c'è la notte. «Il laboratorio di Q», dice M. «Questa notte, alle tre. Qualcuno è entrato e ha preso una cosa. Una cosa piccola e molto pericolosa.» «Che cosa?», chiede James. «La scatola nera.» James aspetta. «Nessun allarme», dice M. «Qualcuno ha aperto con una chiave. Con gli uomini dei lavori, qui entra chiunque.» M guarda la pipa. «Q ti spiega tutto», dice M. «Nessuno ha toccato niente: aspettiamo te. Vai giù. Guarda con i tuoi occhi. Poi torna qui.» «Sì, signore», dice James.

James esce dall'ufficio. Moneypenny alza gli occhi dalla scrivania. «Giù da Q?», chiede Moneypenny. «Giù da Q», risponde James. «L'ascensore fino al piano terra, poi le scale», dice Moneypenny. «Sotto terra l'ascensore oggi non va: ci sono i lavori.» Nove piani in ascensore. Poi le scale: strette, e scendono, scendono: un piano, due piani sotto la strada. Alla fine delle scale c'è una porta di ferro, con una luce rossa sopra. Oggi la luce è spenta. James apre la porta.

Il laboratorio è grande e pieno di luce bianca. C'è un tavolo lungo, pieno di oggetti strani: orologi aperti, penne, una scarpa con un coltello dentro, una macchina fotografica piccola come una moneta. Due giovani assistenti, vestiti di bianco, lavorano in silenzio. Alla fine della sala c'è un uomo alto con pochi capelli grigi, gli occhiali sul naso e una giacca bianca da lavoro. Guarda una scatola di vetro vuota, e non è contento.

«Q», dice James. Q alza gli occhi. «Ragazzo mio. Finalmente», dice Q. «Buongiorno, Q. M dice che hai perso una cosa», dice James. «Non l'ho persa. L'hanno rubata», dice Q. «È diverso.» «È diverso», dice James. «Che cosa hanno rubato?» Q mette una mano sul vetro vuoto. «Qui, sotto il vetro. Una scatola nera, piccola come un libro. Con un solo bottone, rosso. Attaccata alla rete, con quel bottone puoi togliere la corrente a una città.» «A una città?», ripete James. «A un paese intero, ragazzo mio», dice Q. «Serve per provare l'elettricità di un paese: se è sicura o no. Per me è un test. Per un ladro, è un'arma.» «Simpatico», dice James. «Non è un gioco, ragazzo mio», dice Q. «Ospedali con poche ore di corrente. Treni fermi nelle gallerie. Niente acqua nelle case, niente banche, niente telefoni. E adesso la scatola è nelle mani di qualcun altro.»

James guarda la scatola di vetro, poi il pavimento. Sotto il tavolo, vicino a una gamba, c'è una cosa piccola e rotonda, nera. James la prende con due dita, solo dal bordo. «Non con le mani, ragazzo mio!», dice Q. «Solo il bordo, Q», risponde James, e la mette sul tavolo. È un gettone da gioco: nero, pesante, con una piccola volpe d'oro e, sotto la volpe, lettere d'oro: Casinò di Sanremo. Non c'è un prezzo scritto. «Un gettone», dice James. «Nero, con una volpe d'oro. E senza prezzo: strano.» «Non è mio», dice Q. «E nessuno qui gioca.» «Allora è del ladro», dice James. «Un ladro che perde un gettone nel mio laboratorio?», chiede Q. «Un ladro con le tasche piene e le mani veloci», risponde James. Q mette una polvere bianca sul gettone e lo guarda con una lente. «Mezza impronta di un dito», dice Q. «Mezza, ma forse basta. Se trovo un nome, ti chiamo.» Q fa una foto dell'impronta con la macchina fotografica piccola come una moneta. Poi pulisce il gettone con cura e lo dà a James. James lo mette in tasca. «Ha giocato a Sanremo. Forse gioca ancora», dice James. Poi sale le scale fino al piano terra e prende l'ascensore, nove piani, verso M. Ha una domanda sola: chi gioca a Sanremo?

James torna su, con il gettone in tasca. Due piani di scale, nove piani di ascensore, poi il corridoio, poi le due porte di M. Moneypenny lo vede arrivare e apre le porte senza dire niente. James entra e mette il gettone sulla scrivania, davanti a M. M lo guarda a lungo, senza toccarlo. Fuori piove su Londra; dentro c'è solo il rumore della pioggia sulle finestre alte.

«Casinò di Sanremo», legge M. «Un ladro con un indirizzo.»

«Il Casinò di Sanremo è di Massimo Volpe», dice James. «E questo è un gettone del suo casinò. Voglio parlare con lui.»

M alza gli occhi. Preme un bottone sull'interfono. «Moneypenny. Tutto quello che abbiamo su Massimo Volpe. Subito», dice M. «Sì, signore», risponde la voce di Moneypenny. M guarda James. «Lo conosci?», chiede M.

«Volpe Energia. Lui ha centrali e linee nel nord», dice James. «Cinquantacinque anni, sempre in vestito bianco. Ha una barca bianca grande come un albergo, La Volpe, e un cane bianco, piccolo, sempre in braccio. Ama le carte e odia perdere. Per questo ha comprato il casinò: così non perde mai.»

«Sai molte cose, 007», dice M.

«Leggo i giornali, signore. Anche le pagine del gioco», risponde James.

Moneypenny apre piano la seconda porta ed entra con una cartella grigia, non piccola. La mette sulla scrivania. «Massimo Volpe, signore», dice Moneypenny, ed esce. M apre la cartella e legge in silenzio, una pagina dopo l'altra. Ci sono le centrali elettriche di Volpe Energia, gli alberghi, il casinò, la barca. C'è una lista di nomi. C'è una foto di Volpe con un ministro. M ferma un dito su una pagina e guarda James. Adesso parla di Roma.