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Il biglietto

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Velocità

Sono le otto e venti. Nell'ufficio di M nessuno parla per un momento: c'è solo la pioggia sulle finestre alte. Poi M alza gli occhi dalla pagina. «Roma vuole una legge nuova», dice M. «La rete elettrica, cioè tutti i fili della corrente del paese, passa allo Stato. La rete del nord passa allo Stato: sabato, a mezzanotte. E lo Stato decide il prezzo della corrente. Volpe ha costruito mezza rete del nord con i suoi soldi. Non è contento: ha scritto tre lettere al governo. Questo lo sanno anche i giornali.» M gira la pagina, poi prende la pipa, la guarda, la mette giù. «Questo no. Un anno fa Volpe ha chiesto a Londra di comprare i disegni di Q, per le sue centrali elettriche. Un test, ha detto. Londra ha detto no, due volte.»

«Un uomo che vuole molto la scatola», dice James.

«Un uomo che vuole molto la scatola, e un gettone del suo casinò nel laboratorio di Q», dice M. «Non basta come prova. È una porta.» «E il governo italiano?», chiede James. «Non sa niente. Meglio così: niente giornali», risponde M.

«Volpe è a Sanremo, in questa stagione», dice James. «Gioca al suo casinò ogni sera.»

M prende il telefono. «Paolo? Sono M.» Parla due minuti, piano, e chiude. Poi preme di nuovo l'interfono: «Moneypenny. Un aereo per Genova, alle dodici. E un passaporto.» «Sì, signore», dice la voce. M guarda James. «Vai a Sanremo, 007. Oggi. Aereo per Genova alle dodici. Paolo Ferri, il nostro uomo in Italia, è al nord da ieri, per un altro lavoro. A Genova ti aspetta lui, con il suo autista, Marco. Marco porta la macchina di Q all'aeroporto di Genova e ti prenota un albergo a Sanremo. Chiama Londra ogni sera, alle sei. Londra chiede: Piove a Londra? Con l'apparecchio di Q sul telefono, rispondi: Solo il martedì. Senza apparecchio, rispondi: Qui piove sempre, e parli in codice, perché la linea è aperta. Per la scatola dici: il pacco. Chi viene a prendere il pacco dice: pipa.»

«Paolo», dice James, e sorride. «Un vecchio amico.»

«Un buon uomo», dice M. «Credi a lui. Trova la scatola prima di sabato.»

«Perché sabato?», chiede James.

«È nelle carte», dice M. «Sabato, a mezzanotte, la rete del nord passa allo Stato.»

«E sabato sera c'è il gala di Volpe Energia, a Venezia», dice James. «Una festa grande, nel suo palazzo.»

«Non mi piacciono le feste grandi. Oggi è lunedì: sabato è fra cinque giorni, 007», dice M.

James prende il gettone nero dalla scrivania e lo mette in tasca. «È una prova, 007», dice M. «È anche un gettone, signore», risponde James. «E un gettone è per giocare. Lo gioco a Sanremo.» M guarda James per un momento lungo. «Non perderlo», dice M.

James esce dall'ufficio e trova Moneypenny alla sua scrivania, con una busta gialla già in mano. «Pronta da cinque minuti», dice Moneypenny. «M mi ha chiamato dall'ufficio: Genova, ore dodici.»

«Biglietto per Genova, seimila euro in contanti, e un passaporto con un altro nome», dice Moneypenny. «Il signor James Blake. Il passaporto Blake è nel cassetto da un anno. Vende vino.»

«Vino», dice James. «Mi piace.»

«Lo so. Per questo l'ho scritto», dice Moneypenny. «Aereo alle dodici. Hai tempo, per una volta.»

«Sono le otto e mezza, Moneypenny», dice James.

«Per M sei sempre in ritardo», ride Moneypenny. Poi il sorriso cambia, solo un poco. «Torna intero, James.»

«Sempre», dice James, e prende la busta.

Con la busta in tasca, James scende di nuovo le scale, verso il laboratorio di Q. Il laboratorio è pieno di luce bianca, e sul tavolo ci sono ancora gli strani oggetti di stamattina. Q ha una borsa nera pronta sul tavolo.

«Ragazzo mio, quattro cose», dice Q. «Uno: questo Rolex.» James prende l'orologio: è di metallo, pesante e nero. Lo mette al polso. «Questo piccolo bottone, qui, è un laser», spiega Q. «Giri il bottone piano: una luce sottile, per vedere al buio. Giri ancora: una luce forte, molto forte. Non la guardare mai negli occhi. Giri fino in fondo: il laser. Taglia solo da vicino: dieci centimetri, non di più. Con la carica piena lavora dieci secondi, e taglia due millimetri di acciaio, o due centimetri di legno. Con il freddo è più lento. Dopo, la carica è a zero, e il Rolex è caldo. Il Rolex ricarica il laser piano piano: un'ora per il cento per cento. La luce per vedere al buio usa poca carica: funziona sempre. Il secondo bottone è una calamita. Funziona solo vicino: pochi centimetri.» Q preme il bottone: un cucchiaio di ferro vola dal tavolo e resta sul Rolex. «E qui, sopra, c'è un piccolo diamante: taglia il vetro sottile. Due volte, poi un colpo. Il laser no», aggiunge Q. «Un orologio con tre segreti», dice James. «Il quarto è l'ora, ragazzo mio», risponde Q. «Due: questa penna. Scrive, come tutte le penne. Ma giri la penna, premi, ed esce un piccolo ferro. Metti il ferro nella serratura e giri piano verso destra: la penna fa tutto da sola. È per le serrature semplici: tre secondi, anche meno, e la porta è aperta.» «E scrive bene?», chiede James. «Meglio di te», risponde Q.

«Tre: un piccolo apparecchio nero», dice Q. «Lo metti sul telefono, e nessuno capisce. Quando funziona, Londra dice: Linea sicura.» «Niente telefonino, ragazzo mio: un telefonino dice sempre dove sei», aggiunge Q.

«Quattro: l'Aston Martin rossa», dice Q. «È in Italia da un mese, per un altro lavoro. Marco, l'autista di Paolo, la porta all'aeroporto di Genova e ha le chiavi. Adesso ascolta bene, ragazzo mio, perché lo dico una volta sola. Vicino alla radio ci sono tre bottoni. Il nero: i vetri diventano scuri, e nessuno vede dentro. Il verde: le ruote non scivolano sulla neve e sul ghiaccio. Il blu: fumo, molto fumo, dietro la macchina.»

«Nero, verde, blu», ripete James. «Vetri, neve, fumo.»

«Bravo. Qualche volta ascolti», dice Q. «E non la devi rompere.»

«La riporto intera», dice James.

«Dici sempre così», dice Q, e torna al suo tavolo. James prende la borsa e va alla porta. Poi, senza girare la testa, dice Q: «Ragazzo mio. Attento.»

Fuori piove ancora. James torna a Chelsea con la Bentley e la mette davanti alla casa, al suo posto. Sale, mette in valigia il vestito nero, due camicie e un maglione, e guarda la Bentley grigia dalla finestra. Lei resta a Londra. Alle dieci un taxi nero lo porta all'aeroporto. «Ottanta sterline», dice il tassista. James paga. L'aereo parte alle dodici. Due ore di volo. Un caffè cattivo: quattro sterline. Un giornale inglese. Non lo legge. Guarda le nuvole. Pensa a un uomo con il vestito bianco, che ama le carte e odia perdere. Sotto le nuvole, Genova appare, piccola e bianca sul mare.

Alle quindici l'aereo arriva a Genova: in Italia l'orologio va avanti di un'ora. Il cielo è blu e l'aria è calda: un altro mondo. Davanti all'aeroporto c'è l'Aston Martin rossa, bassa e rossa come il fuoco, con i sedili di pelle. Dietro c'è una macchina grigia: è la macchina della stazione. Vicino c'è Paolo Ferri, con un grande sorriso. Paolo ha quarant'anni, i capelli neri e un vestito grigio un po' troppo elegante. Porta due caffè. Un passo dietro di lui c'è un uomo magro e silenzioso, con gli occhiali da sole. Mastica una gomma. Ha le chiavi in mano.

«James, amico mio! Senza zucchero, per te», dice Paolo.

«Paolo. Sei sempre il primo a sapere le cose», dice James.

«Sono il nostro uomo in Italia. So tutto», ride Paolo. «Questo è Marco. Guida lui, prenota lui, parla poco.» Marco fa un piccolo segno con la testa.

«Vai subito a Sanremo? Per la strada del mare?», chiede Paolo.

«Sì», dice James.

«Arrivi per cena?», chiede Paolo.

«Per le sei», dice James.

«Marco ti ha prenotato l'Hotel Riviera, stanza dodici, sul mare. A nome Blake», dice Paolo.

«Camera dodici. Vista mare», dice Marco. Non dice altro.

«Sono al nord da ieri, per un altro lavoro», dice Paolo. «Marco resta con la macchina. Io prendo il treno. Sono il tuo amico, James. Se hai bisogno, chiama la stazione: rispondono Esportazioni Universali, Roma.»

Marco dà le chiavi a James, senza una parola.

«Nel bagagliaio c'è un regalo della stazione», dice Paolo.

James apre il bagagliaio: dentro, in un panno, c'è la Walther. Mette la valigia vicino alla pistola, chiude, saluta Paolo e parte. Alle quattro l'Aston Martin rossa corre sulla strada del mare. Il motore fa un rumore basso e bello. A sinistra c'è il mare, blu e pieno di sole; l'aria dai finestrini è calda e sa di sale. A destra ci sono le montagne, verdi e vicine. Ci sono molte gallerie: buio, luce, buio, luce. James pensa a Volpe. Poi, dopo una galleria, guarda nello specchietto e vede una macchina nera. È dietro di lui. Troppo vicina. Dentro ci sono due uomini, con occhiali scuri.

La macchina nera tocca la macchina rossa. Una volta. Due volte. La strada è stretta, e il mare è molto in basso. James non ha paura. Guarda vicino alla radio: tre bottoni. Uno nero, uno verde, uno blu. Q ha detto: il blu fa il fumo. «Vediamo», sussurra James, e preme il bottone blu. Dalla macchina rossa esce molto fumo, bianco e grande. James guarda indietro, un momento. La macchina nera non vede più la strada. Va contro la montagna e resta lì, con una ruota in aria. Due uomini scendono. Stanno bene. Guardano l'Aston Martin rossa che va via.

James pensa: «Qualcuno sa che vengo oggi. Su questa strada. A quest'ora.» Guida piano per un'ora, e pensa. Sanno del suo viaggio M, Moneypenny, Q, Paolo, e l'autista silenzioso con le chiavi. Non sospetta di nessuno, ma ricorda i nomi.

Alle sei James arriva all'Hotel Riviera, sul mare. L'albergo è bianco e grande, con le palme davanti. Dentro, la reception è di pietra bianca, e un ventilatore gira piano al soffitto. Alla reception dà il suo nome.

«Blake», dice James.

Il ragazzo in uniforme rossa guarda il libro e dice: «Sì, signor Blake. Stanza dodici, prenotata. Vista mare. Duecentoventi euro a notte.» Dà a James la chiave e non dice altro.

La stanza dodici è bianca e fresca, con una finestra grande sul mare. James mette la valigia sul letto e resta un momento alla finestra. Il sole va giù dietro le barche. Pensa alla macchina nera nella galleria: qualcuno, a Sanremo, sa che un inglese arriva oggi. Ma chi? E come? Tocca il gettone nero in tasca. Stasera, pensa, comincia il gioco delle carte.