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Una partita a carte

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Velocità

Quella sera, alle dieci, James lascia l'Hotel Riviera in vestito nero. Il gettone nero è in tasca. Il casinò è vicino, sul mare: luci gialle sull'acqua nera, colonne bianche alte, un tappeto rosso fino alla porta grande. Due uomini in uniforme aprono la porta senza una parola.

Dentro ci sono tappeti rossi, lampade d'oro, un grande tavolo verde e gettoni di molti colori: rossi, blu, verdi. Uomini in vestito nero e donne con vestiti lunghi parlano piano, un bicchiere in mano. Alla cassa c'è una finestra piccola, con una donna elegante dietro il vetro. James cambia cinquemila euro in gettoni rossi e blu. «Buona fortuna, signore», dice la donna. Un cameriere passa con un vassoio pieno di bicchieri. «Champagne, signore?», chiede il cameriere. James prende un bicchiere e resta un momento vicino alla porta, tra la musica e le voci. Al piano una donna suona una musica lenta. James aspetta, con calma, e ascolta fino alla fine.

La donna al piano ha i capelli scuri, gli occhi tristi e una sciarpa rossa al collo. La musica è triste e bella insieme, una musica d'amore finito. James la guarda un momento.

Poi gioca a un tavolo piccolo, vicino al bar, senza fretta: vince un poco, perde un poco, vince ancora. Dopo mezz'ora torna alla cassa con molti gettoni in mano, per cambiare i piccoli in grandi. Mette i gettoni sul banco in pile ordinate, per colore. In cima all'ultima pila, senza pensare, c'è anche il gettone nero con la volpe d'oro. La donna della cassa lo vede e sorride, dolce. «Oh. Stasera gioca al tavolo del padrone, signore?», chiede la donna. Per un momento James non capisce. Poi vede gli occhi della donna sul gettone nero, e capisce tutto. «Solo se il padrone gioca bene», risponde James, con un sorriso, e mette il gettone nero in tasca. La donna ride piano e dà a James i gettoni grandi. James lascia la cassa con un'idea nuova in testa: il gettone nero non è un gettone comune. È del tavolo privato di Volpe. E il ladro di Londra è un ospite di quel tavolo. Il gettone, forse, apre anche la porta di quel tavolo. Ma James non vuole mostrare il gettone a un portiere. Il gettone è per Volpe.

In fondo alla sala c'è una porta chiusa, di legno scuro, con un uomo in uniforme davanti. James va al bar, prende un altro bicchiere e guarda la porta. Una donna in rosso arriva alla porta e mostra una piccola tessera d'oro. L'uomo in uniforme guarda la tessera e apre. Poi arriva un uomo con i capelli grigi: anche lui ha una tessera d'oro. Al bar, vicino a James, c'è un signore grande, rosso in faccia, con la cravatta storta. Beve troppo e parla troppo. «Stasera gioco con Volpe!», dice il signore al barista, e ride forte. Dalla tasca della sua giacca esce un angolo d'oro: una tessera. Il signore scende dalla sedia alta e quasi cade. James lo prende per il braccio. «Attenzione, signore», dice James. «Grazie, amico, grazie», risponde il signore, e torna al suo bicchiere. Quando James lascia il braccio, la tessera d'oro è nella sua mano.

James lascia il bicchiere e va alla porta. Non dice niente: mostra la tessera d'oro, tra due dita. L'uomo guarda la tessera, poi guarda James, e apre la porta senza una parola. Dentro c'è una stanza piccola, con una sola lampada bassa e un solo tavolo verde. Cinque persone giocano in silenzio. In fondo al tavolo c'è un uomo con i capelli bianchi e un vestito bianco, perfetto: Massimo Volpe. Ha circa cinquantacinque anni, la faccia calma, gli occhi piccoli e attenti. Tra le braccia porta un cane bianco, piccolo, con un nastro: Neve. Davanti a lui c'è una torre alta di gettoni neri, tutti con la volpe d'oro: come il gettone nella tasca di James. James non tocca la tasca. Vicino alla porta c'è un uomo enorme, con la testa calva e un cappotto nero, troppo caldo per la sera. Resta fermo e zitto, come una statua. Un sopracciglio di James sale un poco: quell'uomo è alto come una porta, e largo come due.

Volpe alza gli occhi. Guarda James, poi la porta, poi James di nuovo. Un ospite nuovo, e nessuno lo ha invitato. Il Gigante fa un passo verso lo sconosciuto. Volpe non chiede niente: fa un piccolo segno con la mano, e il Gigante resta fermo. Poi Volpe guarda la sedia libera davanti a lui: è per James. James prende la sedia.

«Lei è nuovo qui», dice Volpe, con calma, senza guardare James negli occhi.

«Sì. Stasera è la prima volta», risponde James.

«E il Suo nome, signore?», chiede Volpe, e gira una carta.

«Blake», dice James. «James Blake.»

Volpe ferma la mano sulla carta, per un momento solo. «Piacere, signor Blake», dice Volpe, piano. «Blake... Lei è inglese?»

«Sì, sono inglese», risponde James.

«E di dove, in Inghilterra?», chiede Volpe.

«Di Londra», dice James.

«Londra è una bella città», dice Volpe. «Piove sempre, ma è bella. Lei è qui per lavoro?»

«Per il vino», dice James. «Lo vendo. E per il mare: a Londra non c'è.»

«Un vino, allora, o le carte?», chiede Volpe.

«Tutti e due, se possibile», risponde James, con un piccolo sorriso.

Volpe fa un piccolo segno, e un cameriere arriva al tavolo. «Per il signore, il nostro vino bianco», dice Volpe. «Un vodka martini, grazie», dice James al cameriere. «Agitato, non mescolato.» Gli occhi piccoli di Volpe restano su James un momento. «Un uomo del vino che non beve vino», dice Volpe, piano. «Interessante.» «Il vino lo vendo, signor Volpe», risponde James. «Al lavoro bevo altro.» Il martini arriva freddo, con una piccola oliva. Volpe sorride un poco.

«Il mare di Sanremo è il più bello del mondo», dice Volpe. «Ma le carte sono meglio.»

Tocca le carte con due dita, sempre le stesse due, mai di più: le carte, per lui, sono molto importanti. I numeri cambiano veloci sul tavolo verde: mille, duemila, cinquemila. James vince, e vince ancora. I gettoni formano una piccola torre davanti a lui: diecimila euro, sul tappeto verde. Neve muove la coda, contenta. Il Gigante no: non muove niente, guarda sempre James.

Poi James prende dalla tasca il gettone nero con la volpe d'oro e lo mette sul tavolo verde, davanti a Volpe. «Anche questo», dice James. Per la prima volta Volpe guarda James dritto negli occhi. Il Gigante guarda Volpe; Volpe resta fermo, e il Gigante resta fermo. «Questo gettone è del mio tavolo», dice Volpe, piano. «Solo i miei ospiti hanno questi gettoni.» «Adesso lo so», dice James. «Lo gioco.» Volpe non tocca il gettone. Gira una carta, poi un'altra. James vince anche questa mano. Riprende il gettone nero e lo mette in tasca, con calma.

«Lei gioca bene, agente», dice Volpe, e sorride un poco, un sorriso piccolo e freddo. «Ma il gioco vero è un altro.»

Agente. Volpe usa la parola giusta, e la usa con calma. James non cambia faccia. «Io vendo vino, signor Volpe», risponde James, calmo. «Il gioco vero lo lascio a Lei.»

Volpe sorride ancora, e non dice altro.

James prende i diecimila euro, lascia la stanza piccola e va verso la porta grande. Vicino all'uscita passa la donna del piano: non lo guarda, cammina veloce, ma mette un biglietto nella sua mano, senza una parola. Fuori, sotto le luci del casinò, con il mare nero davanti, James apre il biglietto. Poche parole, scritte veloci: «Domani alle otto. Il porto. Non è un gioco.» James lo legge due volte. Tre cose in un solo giorno: il gettone, la parola «agente», e adesso questo biglietto.

James torna in albergo lungo il mare, con il biglietto in tasca e molte domande in testa. Dalla finestra della stanza dodici vede solo buio e, lontano, le luci del porto. Dorme poco. Alle sette il cielo sopra il mare è chiaro: prima rosa, poi bianco.

Il telefono della stanza suona. James alza il telefono, ma non parla. «Piove a Londra?», chiede una voce di donna. James prende dalla tasca il piccolo apparecchio nero di Q e lo attacca al telefono. Una luce verde appare. «Solo il martedì», risponde James. «Linea sicura», dice la voce. È Moneypenny, da Londra: la stazione di Roma ha dato a Londra l'albergo e il numero della stanza. «Buongiorno, James. Q non dorme da ieri sera, e ha una cosa per te», dice Moneypenny. Poi arriva la voce di Q. «Ragazzo mio. La mezza impronta sul tuo gettone: ho la risposta», dice Q. «Mezza, ma basta.» «È di Bruno Sasso: quarant'anni, due metri, un uomo grande e molto forte. Le sue impronte sono nell'archivio: un vecchio arresto, un ex pugile. È l'uomo di Massimo Volpe da dieci anni. È nella cartella di Volpe: grande, calvo, non parla mai.» «L'ho visto ieri sera», dice James. «Sta dietro Volpe come un muro.» «Allora sei nel posto giusto», dice Q. «E stai attento, ragazzo mio: due metri.» «Anche io sono alto, Q», dice James. «Non così», risponde Q, e chiude.

Il porto non è lontano: alle otto James cammina fino al molo.

Il porto di Sanremo, la mattina, è un altro mondo, molto diverso dal casinò della sera prima. Ci sono barche da pesca con i nomi Stella, Luna, Speranza. Ci sono le reti al sole, azzurre e verdi. C'è odore forte di pesce e di caffè caldo. Un vecchio ripara una rete vicino all'acqua, con calma, con le mani lente. I gabbiani gridano sopra il molo lungo, dove una barca grande e bianca, La Volpe, aspetta alla fine, con lettere d'oro sul fianco e una bandiera che va piano con il vento.

James va al bar del porto e ordina un caffè, senza zucchero, come sempre. «Un euro e venti», dice il barista. Alle otto e cinque arriva la donna del piano, senza la sciarpa rossa oggi. Ha solo un vestito semplice, i capelli scuri, gli occhi tristi come la sera prima. La donna prende una sedia vicino a James, ma guarda il mare, non lui.

«Sono Chiara», dice la donna, piano. «Suono il piano alle feste di Volpe. E sono la sua segretaria.»

«Perché mi ha dato il biglietto?», chiede James.

«Mio padre è ingegnere», dice Chiara. «Ha costruito una parte della rete elettrica, qui al nord: la corrente di queste città è anche sua. Volpe ha comprato la sua società per niente. Adesso mio padre non lavora più. Io voglio finire con Volpe.»

Chiara guarda il mare, poi il molo lungo, poi la barca bianca alla fine. Le mani, sul tavolo del bar, tremano un poco. «La scatola nera è sulla barca di Volpe», dice Chiara. «L'ho vista salire sulla barca lunedì. E sabato c'è il gala di Volpe Energia, a Venezia. Ho sentito Volpe al telefono. Vuole togliere la corrente. Non a una casa. A tutto il nord.»

James ascolta, senza dire niente per un momento. Il caffè, davanti a lui, è ormai freddo. «Perché mi aiuta?», chiede James.

«Perché mio padre ha costruito quella rete», risponde Chiara, con un piccolo sorriso triste. «Non voglio vedere Volpe che toglie la corrente a un paese intero.» Poi guarda James, per la prima volta. «E so chi sei. Ieri Volpe mi ha dettato una lettera con il tuo nome. Basta con il Lei, signor Blake.»

James la guarda un momento: gli occhi tristi, le mani che tremano sul tavolo. Poi decide. «Bond», dice James. «James Bond.»

«Lo so», dice Chiara, e sorride: questa volta il sorriso non è triste. «Tu sei James, io sono Chiara.»

Poi Chiara guarda verso l'inizio del molo, con occhi improvvisamente attenti. Là c'è di nuovo il Gigante, immobile, le mani grandi dietro la schiena. Guarda solo James e Chiara.

«Vai. Adesso», dice Chiara, piano.

James lascia due euro sul tavolo del bar e va via, piano, come un turista che guarda le barche e il mare. Non guarda indietro, ma sa una cosa, chiara come il sole della mattina: il Gigante ha visto tutto.

James cammina verso l'Hotel Riviera con le parole di Chiara ancora in mente: la scatola sulla barca bianca, la festa di sabato a Venezia, il buio di tutto il nord. Oggi è martedì: il gala è fra quattro giorni. Stasera, pensa, torna al porto. Non da turista. E al buio.