La barca di Volpe
Martedì sera. Tutto il giorno James pensa al molo e alla grande barca bianca alla fine. Chiara ha detto: «La scatola nera è sulla barca di Volpe.» Nel pomeriggio James resta in albergo. Scende al parcheggio, apre il bagagliaio dell'Aston Martin e prende la Walther: è il regalo della stazione. La pulisce, pezzo per pezzo, con calma. Poi guarda il soffitto, controlla il Rolex, e aspetta il buio. Stanotte torna al porto, ma non come turista con due euro per un caffè: al buio, senza rumore.
Prima di sera, James lascia l'Hotel Riviera per sempre. Alla reception paga il conto. «Una notte, duecentoventi euro», dice il ragazzo in uniforme rossa. James conta i soldi senza fretta e mette la valigia nel bagagliaio dell'Aston Martin: stanotte non dorme più lì. Mangia un piatto di pesce in un piccolo ristorante sul mare, senza fretta. Il cameriere porta il conto: «Quarantadue euro». James paga. Poi aspetta in macchina e guarda le luci sul molo, lontane sull'acqua nera. Alle undici lascia la macchina rossa in una strada tranquilla dietro il mercato del pesce, lontano dal porto, e cammina fino alla spiaggia. La sabbia è fredda sotto le scarpe. La notte è scura, senza luna, senza stelle. James mette le scarpe e la giacca sotto un sasso. La Walther resta con lui, nella cintura, sotto la camicia. Poi entra in acqua piano, lontano dalle luci del porto. L'acqua è nera e fredda, con un sapore di sale sulla bocca, ma James nuota bene, con calma, verso il molo. Braccio dopo braccio, il freddo passa. Le luci del porto restano lontane, a destra; davanti c'è solo buio e il rumore piano dell'acqua. La Volpe è ancora in fondo al molo, alta sull'acqua.
James sale sulla barca senza rumore. L'acqua scende dai vestiti sul ponte di legno. Aspetta un momento e ascolta: niente, solo il mare piano contro il fianco della barca. Davanti a lui c'è una porta chiusa, di metallo. Prende la penna di Q dalla tasca dei pantaloni, gira, preme: esce il piccolo ferro. Mette il ferro nella serratura, gira piano verso destra e conta. Uno, due: la porta è aperta. James entra.
Dentro è tutto buio. James gira piano il bottone del Rolex: il laser fa una piccola luce sottile. La luce passa su una sala grande: un tavolo lungo con dodici sedie, un piccolo bar con molte bottiglie, un muro pieno di foto. Nelle foto c'è sempre Volpe, con uomini in vestito e cravatta, e in ogni foto Volpe ha Neve tra le braccia. Poi James trova un'altra stanza, più piccola: la stanza delle mappe. Sul muro c'è una grande mappa dell'Italia, piena di spilli: uno a Roma, uno a Milano, uno a Venezia, uno a Sanremo. Vicino c'è un calendario: il giorno «sabato» è dentro un cerchio rosso, grande. Sul tavolo c'è una radio, con un piccolo schermo verde.
James cerca la scatola nera sotto il tavolo, dietro le mappe, dentro un piccolo armadio, in ogni angolo della stanza. Niente. Le mani di James toccano solo carta e polvere.
«Dov'è?», chiede James, piano.
Chiara ha detto: «È sulla barca.» Ma non è vero. La barca non ha la scatola.
Sul tavolo delle mappe c'è una foto: una casa bianca su una montagna, piccola tra la neve, con una sola finestra illuminata. Vicino alla foto c'è un biglietto piccolo: *Venezia — sabato — mezzanotte*. James guarda bene la foto, poi la mette in tasca, vicino al gettone.
Un passo sul ponte, sopra la sua testa. Poi un altro. Poi arriva la luce vera. Qualcuno accende le luci della barca, una dopo l'altra: prima il corridoio, poi la sala delle mappe. Alla porta c'è Volpe, elegante come sempre, con Neve tra le braccia. Dietro di lui c'è il Gigante, silenzioso: Bruno Sasso, l'uomo dell'impronta.
«Buonasera, agente Bond», dice Volpe, con un sorriso piccolo. «Vuole un caffè?»
James non risponde subito. Guarda Volpe, poi il Gigante, poi la porta chiusa dietro di loro. James non può uscire. Ha la Walther nella cintura. Ma Volpe sa dov'è la scatola, e una pistola non dice dove.
Il Gigante prende il braccio di James, non con forza, ma con calma. Camminano insieme fino alla sala grande. È la stessa sala di prima, ma ora è piena di luce vera e calda. Sul tavolo lungo c'è una tovaglia bianca. Ci sono due bicchieri e un piatto di pesce con un limone. Fuori dai finestrini c'è solo il buio del mare, senza una luce.
Il Gigante trova subito la Walther nella cintura di James e la prende. Poi vuole guardare nelle tasche dei pantaloni bagnati, ma Volpe alza un dito. «La pistola basta. Il resto no: qui non serve, agente», dice Volpe, tranquillo. Il Gigante fa un passo indietro. «Prego, agente. Il pesce è buono», dice Volpe.
«Non ho fame, grazie», dice James, ma prende posto lo stesso.
Un cameriere in giacca bianca mette il vino nei bicchieri. Poi porta un bicchiere anche al Gigante. Il Gigante guarda Volpe. Volpe fa un segno, e il Gigante beve. Il cameriere va via senza parlare. Vicino al piatto di Volpe c'è un mazzo di carte: lui lo tocca solo con due dita, piano, come una cosa preziosa e fragile. Il caffè arriva senza zucchero, in una piccola tazza bianca. Volpe sa anche questo.
«Lei vive a Londra, agente?», chiede Volpe.
«Sì, con la pioggia», risponde James.
Volpe ride piano. «Un Paese difficile, il Suo. Qui almeno il sole c'è sempre.»
«Non stanotte», dice James, e guarda il buio fuori dal finestrino.
Volpe ride piano di nuovo. Poi risponde con calma. Per lui è una cosa piccola e semplice:
«Sabato, a mezzanotte, la legge nuova di Roma prende le mie centrali del nord e le dà allo Stato. Alcune restano mie. A mezzanotte, le centrali dello Stato restano spente, e Roma trova solo il buio. Le mie centrali restano accese. Nel mio palazzo, a Venezia, le luci tornano dopo trenta secondi, con i generatori: i ministri guardano. Roma spegne l'Italia. Volpe porta la luce. Poi la corrente dello Stato riparte piano, in molte ore. E domenica, le mie centrali sono le sole che danno corrente. Domenica Roma ha bisogno di me, e firma il mio contratto per vent'anni.»
«Come spegne le centrali dello Stato?», chiede James.
«Con una scatola, agente», risponde Volpe, senza alzare la voce. «La scatola è inglese. Chi la trova, trova Londra, non Volpe. Ho scritto tre lettere a Roma. Nessuna risposta. Adesso scrivo con il buio.»
«Dov'è la scatola, adesso?», chiede James.
«Il vino è buono, vero?», risponde Volpe, e sorride. Non risponde alla domanda.
«Il Suo hotel, la Sua macchina rossa...», continua Volpe, piano. «Ho un amico a Roma, agente.»
Non dice nessun altro nome. James pensa a Paolo, poi a Chiara, ma non chiede niente. Guarda solo Volpe, con calma, e beve il caffè senza zucchero.
Alle due il Gigante prende James per un braccio e lo porta sotto, giù per una piccola scala di legno, in una cabina stretta con una finestra rotonda. C'è solo un letto stretto, sotto il vetro rotondo, e niente altro. Il Gigante chiude la porta a chiave e mette la barra di ferro di fuori: James sente il rumore pesante del ferro contro il legno. Poi i suoi passi vanno via, pesanti, sopra la testa di James. James prende la penna e cerca la serratura. Non c'è: da questa parte la porta è solo legno. «La penna apre le serrature», pensa James. «Questa porta è chiusa da fuori.» Preme il secondo bottone del Rolex e passa l'orologio sul legno: dietro la porta la barra fa un piccolo rumore, ma resta lì. È troppo pesante per la calamita. E il laser? La barra è grossa come due dita, e il laser taglia due millimetri. E il legno della porta fa fumo, in una cabina chiusa. James guarda la finestra rotonda: il diamante taglia il vetro, ma la finestra è piccola come un piatto. Un uomo non passa. Sotto i piedi di James parte il motore: un rumore basso e lungo, poi più forte. La barca esce piano dal porto e dopo pochi minuti il motore non fa più rumore: La Volpe è ferma, fuori dal porto, davanti a Sanremo.
James resta sul letto stretto, ancora con i vestiti umidi, e guarda la finestra rotonda. Fuori, non lontano, ci sono le luci gialle di Sanremo. Ha ancora il Rolex al polso, e la penna e la foto della casa bianca in tasca, nei pantaloni. Non ha più la giacca: è sotto il sasso, sulla spiaggia. E non ha le scarpe ai piedi. Pensa a Chiara. Dov'è, adesso? Guarda il Rolex: è mercoledì, le due e mezza di notte. Fino a sabato a mezzanotte mancano quasi novantaquattro ore: tante, per un uomo libero; poche, per un uomo in una cabina chiusa.
Dall'alto arriva la voce di Volpe, calma: «Buonanotte, agente Bond. Domani Lei nuota con i pesci.»