Il lago
James Bond cammina su un sentiero stretto, sopra un lago lungo e grigio, nel nord dell'Inghilterra. È alto un metro e ottantacinque, magro, con i capelli color castano chiaro, bagnati e pettinati indietro dalla pioggia. Gli occhi sono blu, freddi come il cielo di novembre. Un sopracciglio sale un poco quando guarda in basso, verso l'acqua. Porta scarponi pesanti, una vecchia giacca verde e uno zaino piccolo sulle spalle. Non ha un lavoro, non oggi: è in vacanza, il terzo giorno di una lunga camminata da solo. Ma un agente in vacanza è sempre un agente. Sotto la giacca verde, a sinistra, c'è la Walther, e al polso c'è il Rolex di Q. Q è l'uomo che fa i gadget dell'ufficio, a Londra.
Il sentiero sale tra pietre grigie e pecore bianche. Le pecore guardano James un momento, poi tornano all'erba corta. La nebbia scende piano dalla montagna e copre le rocce più alte, una dopo l'altra. Tra le rocce il giorno diventa quasi scuro, e James guarda l'ora: mezzogiorno. Il Rolex ha una luce sottile, che funziona sempre, ma per un sentiero basta il giorno, anche grigio. Ha una calamita, che prende il ferro a tre centimetri. E ha un laser: con la carica piena lavora dieci secondi e taglia due millimetri di ferro, o due centimetri di legno, ma solo da vicino, a dieci centimetri. Poi la carica è a zero, e torna piano: un'ora per il cento per cento. Oggi, tra le pecore, il Rolex fa solo il lavoro di ogni orologio. Dice l'ora.
Sotto, lontano, il lago è grigio e lungo come una spada. Un uccello nero gira sopra la valle e grida due volte. James cammina senza fretta, con il vento freddo sulla faccia e la pioggia fine che non finisce mai. Non pensa a Londra. Non pensa al suo lavoro. Pensa solo al sentiero davanti a lui, un passo, poi un altro.
Questa mattina, alle sette, James ha fatto la barba nella camera quattro della locanda, davanti a una piccola finestra piena di pioggia. La sua borsa da barba ha un nome francese. Il rasoio è del nécessaire di pelle, con il sapone e il pettine. Come il Rolex, il rasoio è di Q. Fa la barba come ogni rasoio. Ma se c'è una piccola radio nascosta, a dieci centimetri, il rasoio trema nella mano. Nella camera quattro il rasoio non trema. Anche la scatola del sapone è di Q: è rotonda, di metallo, e dentro c'è il sapone. Ha due metà, il coperchio e il fondo, con un bordo di gomma morbida, e un filo corto e sottile unisce le due metà. Al telefono, il coperchio va sulla parte del ricevitore per la bocca, e il fondo sulla parte per l'orecchio: la voce di James parte come un rumore, e il rumore di Londra arriva chiaro. Sotto il sapone, nel fondo, c'è una piccola batteria. Dopo la barba, James ha fatto la valigia, come ogni mattina, anche in vacanza: le calze di lana, le camicie di flanella, un maglione grosso, il nécessaire. Adesso la valigia, piccola, di pelle scura, aspetta chiusa ai piedi del letto. Ogni volta che cambia locanda, James telefona a Londra, alla signorina Ponsonby, la sua segretaria, e le dice il nome del posto nuovo.
All'una scende al villaggio: una strada sola, piccole case di pietra, un fumo grigio sopra ogni tetto. Entra nella locanda. La stanza è bassa, con il soffitto di legno scuro, e dentro c'è il fuoco, alto e caldo. L'odore è di legno bagnato e di lana bagnata: gli scarponi di altre persone, appesi vicino alla porta. James mette i suoi scarponi vicino al fuoco e scalda le mani. Le calze fumano piano.
Il locandiere porta una zuppa calda, pane fresco e una birra scura. «Brutto tempo, oggi», dice il locandiere. «Sì», risponde James, e mangia con calma. Il locandiere parla della pioggia, del vento, delle pecore sulla collina, di un ponte vecchio più a nord. James risponde con poche parole, tre o quattro ogni volta, ma è contento così, vicino al fuoco, con il rumore della pioggia sul tetto.
«Domani c'è il sole», dice il locandiere.
«Il sole arriva sempre il giorno che parto», risponde James, con un piccolo sorriso.
All'una e un quarto il locandiere torna verso il tavolo, con una faccia diversa. «C'è una telefonata per il signore della camera quattro», dice. «Da Londra. Nel corridoio.»
James guarda gli scarponi vicino al fuoco e lascia la sedia. Cammina verso il corridoio in calze, sul pavimento freddo. Nel corridoio c'è una cabina di legno, con la porta di vetro. James entra e chiude la porta. Alla fine del corridoio, la pioggia batte su una piccola finestra. James prende il ricevitore.
«Com'è il mare?», chiede una voce di donna, calda e veloce. È Moneypenny, la segretaria di M.
Il mare è lontano, dietro le montagne. Ma dalla piccola finestra James vede il lago, grigio sotto la pioggia, pieno di piccole onde nel vento. «Un po' mosso», risponde James.
«E oggi è vero», pensa James.
Per Londra, «un po' mosso» vuol dire una linea aperta: niente nomi, niente città, niente piani.
«La tua segretaria mi ha dato il nome della tua locanda», dice Moneypenny. «Aspetta da un'ora e dieci minuti.» Chi aspetta, lei non lo dice. James lo sa. «Un momento», aggiunge Moneypenny, e la sua voce cambia.
Poi la voce di M arriva sulla linea, bassa e diretta.
«Il nostro amico del sud, l'agente marittimo, telefona ogni domenica sera», dice M. «Domenica, niente. Lunedì, niente. Martedì, niente. Mercoledì, niente.»
«Quattro sere», dice James. Il nome dell'amico, James non lo chiede: non su questa linea.
«I nostri uomini della capitale? Li conoscono tutti», dice M. «Vai tu.»
Al telefono, per M, «la capitale» è sempre Parigi: James lo sa da anni. E a Parigi tutti conoscono gli uomini di Londra: i francesi, i russi, anche i camerieri.
«All'aeroporto c'è uno dell'ufficio, con una busta», dice M.
«Quando?», chiede James.
«Stanotte», risponde M.
Poi niente: nessun saluto, solo il click della linea, nel corridoio vuoto. James mette giù il ricevitore e guarda la pioggia sulla finestra, ancora un momento.
Torna al fuoco e mette gli scarponi bagnati. Poi sale in camera. La valigia è dove sta ogni giorno, chiusa, pronta. James la prende e scende la scala. «Tre notti, con la cena: novanta sterline», dice il locandiere. James mette sul banco cento sterline. «Il resto è per la zuppa», dice James.
Alle tre prende il treno dalla piccola stazione del villaggio. Il biglietto per Londra costa cinquantadue sterline. James cambia treno due volte: prima un treno piccolo e lento tra le colline, poi il grande treno del sud, veloce e caldo dentro. A novembre la luce va via presto: alle quattro e mezza fuori è già buio. Il treno corre verso sud, nella notte, con la pioggia sempre sul finestrino.
A Londra è sera, e piove ancora. James vive a Chelsea, vicino al fiume, al secondo piano di una casa tranquilla, in una strada corta con alberi neri e bagnati. Davanti alla porta c'è la sua Bentley grigia, con foglie bagnate sul tetto e sui vetri. James mette una mano sul tetto freddo, un momento solo, e poi lascia la macchina dove sta. Stanotte non la guida: per l'aeroporto prende un taxi.
James apre la porta di casa con la pioggia ancora sulle spalle. Un'ora in casa, non di più. Un bagno caldo, un vestito scuro, una camicia pulita. Poi apre la valigia sul letto. Escono le calze di lana, le camicie di flanella, il maglione grosso: vestiti per il sentiero, non per la città. Gli scarponi vanno in fondo, con un poco di terra del sentiero ancora sul cuoio. Il nécessaire resta nel suo angolo. Sopra, James mette un secondo vestito scuro, due camicie e un maglione nero. In un angolo mette una piccola scatola di metallo, vuota, con una chiave. Poi chiude la valigia. La Walther passa dalla vecchia giacca verde alla giacca scura, sotto, a sinistra.
Poi James va in cucina. Fa un caffè nero, senza zucchero, e lo beve in piedi, vicino alla finestra. Guarda la strada bagnata, la Bentley, la luce gialla dei lampioni. Poi lascia la tazza sul tavolo, ancora piena per metà, prende la valigia e chiude piano la porta.
Il taxi corre per le strade nere di Londra, con la pioggia forte sul tetto, fino all'aeroporto. «Ventotto sterline», dice il tassista. James paga trenta sterline e prende la valigia.
Nella sala delle partenze c'è poca gente. È tardi, e di notte c'è un solo volo per Marsiglia: l'ultimo. Vicino al banco del volo aspetta un uomo giovane, con un impermeabile blu e una busta grande sotto il braccio.
«Lo conosco: è dell'ufficio», pensa James.
L'uomo non sorride. Dà la busta a James, senza un nome, senza una domanda. «Buon viaggio, signore», dice soltanto l'uomo, e va via verso l'uscita, tra la gente.
Dentro la busta, in alto, c'è il biglietto dell'aereo, e sotto c'è un foglio con il timbro dell'ufficio e il nome di James: il permesso per la pistola. James dà il biglietto alla ragazza del banco, con il passaporto. La ragazza guarda la foto, poi la faccia, e rende il passaporto.
«Ho una pistola», dice James piano, e mette il permesso sul banco. La ragazza legge il foglio due volte. «Nella stiva, signore», dice la ragazza. «Vuota e chiusa. In cabina, no.» Davanti a lei, James toglie le pallottole dalla Walther, apre la valigia e mette la pistola nella piccola scatola di metallo. Chiude la scatola a chiave, poi la valigia. La valigia va nella stiva. James tiene solo la busta, sotto il braccio.
L'aereo parte alle undici e mezza di notte e gira verso sud, sopra il fiume nero. James ha un posto vicino al finestrino. La pioggia corre di lato sul vetro. Quando le luci di Londra spariscono sotto le nuvole, James apre la busta.
Dentro c'è una busta più piccola con duemila euro, in banconote da cinquanta. C'è una foto: un uomo magro e grigio, sui cinquant'anni, con una faccia che nessuno guarda due volte. Dietro la foto, a matita, c'è un nome: Alan Reed. L'amico del sud ha un nome, adesso. C'è un foglio con una riga del suo ultimo rapporto, scritta a macchina. La riga dice: «Il venti, qualcosa parte dal porto. Scrivo quando sono sicuro.» Dopo questa riga, niente. In fondo al foglio, a matita, c'è un indirizzo, con due nomi in francese: Albergo Bellevue, cioè "bella vista", sopra il Vieux-Port, cioè il Porto Vecchio, Marsiglia.
E c'è una carta piccola e bianca, con quattro righe. La prima dice: «Al telefono, l'amico è "lo zio". Per un uomo di Londra, la parola è "castagna".» La seconda dice: «Ogni sera alle sette, una telefonata.» La terza dice: «Se non chiami alle sette, Londra aspetta la telefonata alle sette e mezza, poi alle otto. Dopo le otto, Londra manda qualcuno.» La quarta dice: «I francesi sono "i vicini".»
James legge la carta tre volte. Poi va nel piccolo bagno dell'aereo, strappa la carta in pezzi piccoli e li manda giù con l'acqua. Torna al suo posto e guarda il buio fuori dal finestrino.
«Oggi è il quattordici», pensa James. «Il venti, qualcosa parte dal porto. Sei giorni.»
L'aereo va verso la Francia e verso il mare. Sotto le nuvole, da qualche parte nel sud, c'è un porto, e un uomo che domenica non ha telefonato.