‹ Capitolo 2 di 12 1974 parole

Marsiglia

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Velocità

L'aereo scende su Marsiglia poco dopo le due e quaranta di notte. Nella sala degli arrivi James aspetta la sua valigia. Dentro, nella piccola scatola chiusa, c'è la Walther. La busta è nella tasca interna della giacca di James. Sul foglio della busta c'è l'indirizzo dell'albergo di Reed: il Bellevue.

Fuori è ancora buio, e un vento freddo e secco soffia dritto per le strade: il maestrale. Chiude le porte con forza, muove le insegne, e giù nel porto le barche battono contro il molo tutta la notte, come piccoli martelli. James prende la valigia e cerca un taxi.

Il taxi va veloce sulla strada, verso il centro. Le case alte passano una dopo l'altra, chiuse e silenziose. Marsiglia dorme, ma il porto no: sotto le luci gialle l'acqua nera brilla piano, e le barche da pesca aspettano il giorno, ferme lungo il molo. «Sessanta euro», dice il tassista davanti all'albergo. James paga con i soldi della busta: due banconote da cinquanta euro. Il tassista gli dà il resto, quaranta euro.

L'Albergo Bellevue è una casa stretta di tre piani, larga sei finestre, con una porta illuminata. Dentro, una scala con un tappeto rosso, ormai grigio nel centro per tanti passi, sale verso le stanze. C'è odore di caffè e di cera per il pavimento. James suona il campanello sul banco. Dopo un minuto arriva una donna sulla sessantina, con un cardigan nero sulle spalle e gli occhiali su una catenella. Vicino al banco, sul pavimento, c'è una cesta per un cane, con una piccola coperta dentro. La cesta è vuota.

«Il cane non c'è più», dice la donna, quando vede gli occhi di James sulla cesta. «È morto in primavera.»

«Mi dispiace, signora», dice James.

La donna gira il grande registro verso di lui e gli dà una penna. «Una firma e il passaporto, per favore», dice la donna.

James scrive, chiaro: James Bond, Londra. Poi gira il registro verso di lei e sorride. Non spiega niente. La donna legge il nome e guarda James sopra gli occhiali, un momento.

Sul muro dietro il banco c'è una piccola cassetta di legno, con il vetro davanti e una piccola serratura. Dentro ci sono tutte le chiavi dell'albergo, una sotto l'altra. La donna apre la cassetta con una chiave piccola e prende una chiave. «Stanza dodici, terzo piano», dice la donna. «Il bagno è in fondo al corridoio», aggiunge.

James sale la scala con la valigia in mano. La stanza dodici è piccola ma pulita: un letto, un armadio, un tavolo, una finestra sul porto. Apre la finestra un momento: il vento entra freddo, con l'odore del mare e del sale. Non ha sonno. Apre la valigia e la piccola scatola di metallo, prende la Walther e la pulisce, pezzo per pezzo, con calma, come sempre prima di un lavoro nuovo. Poi la mette sotto il cuscino.

James dorme poco, con il vento sulle persiane e il rumore delle barche nel porto.

Alle sette e dieci, dalla finestra, James vede un tram verde all'angolo della strada. Il tram rallenta, apre le porte, poi riparte. James fa la barba, mette un vestito scuro e la Walther sotto la giacca, a sinistra. Chiude la valigia. Poi prende un filo nero, sottile e corto, dal nécessaire, e lo mette sopra la serratura, da una parte all'altra. Un filo è niente. Ma se qualcuno apre la valigia, il filo cade. Alle sette e mezza scende la scala.

Sul banco c'è una tazza di caffè pronta. Il registro è chiuso, vicino alla tazza.

«Sono Ferrand, signore», dice la donna. «Questo albergo è mio, da trent'anni.»

James beve il caffè. È forte e caldo.

«Grazie, signora Ferrand», dice James. «Cerco il signor Reed. Alan Reed, agente marittimo.»

«Lei è un amico?», chiede Ferrand.

«Della famiglia», risponde James.

Ferrand guarda James un momento.

«Da quando è qui?», chiede James.

«Un attimo», dice Ferrand. Apre il registro e cerca una pagina vecchia, di due anni fa. Il suo dito è su una riga, nella mano di Reed: «Alan Reed, agente marittimo, Esportazioni Universali, Londra. Stanza nove.» James conosce bene quel nome. È il nome sulla porta del grande palazzo grigio, a Londra.

«Da due anni», dice Ferrand.

«Il signor Reed non parla mai di lavoro», aggiunge Ferrand. Poi guarda la cesta vuota. «Il cane non c'è più. E adesso neanche il signor Reed.»

«E da quando non viene?», chiede James.

«Da undici giorni», risponde Ferrand. «Ma non dorme qui. Mai. Paga la stanza e prende la posta, ogni mattina.»

«A che ora?», chiede James.

«La posta alle sette, poi il tram dell'angolo», dice Ferrand.

«Le sette e dieci», pensa James. Il tram verde, sotto la sua finestra.

«Io sono entrata nella stanza lunedì, dopo una settimana», dice Ferrand. «Non ho toccato niente.» Mette due lettere sul banco. «La posta è qui.»

Sono due buste bianche, uguali, con il nome di una ditta del porto in alto: Navale Lefort. Il nome della strada è in francese: Quai de la Joliette, cioè il molo della Joliette. James le guarda, ma non le apre. Sono di Reed.

«Posso vedere la stanza?», chiede James.

James mette sul banco il suo biglietto da visita: Esportazioni Universali. Ferrand guarda il biglietto, poi la riga nel registro. «Il nome lo conosco», dice Ferrand. Poi apre la cassetta con la sua chiave piccola e prende la chiave di riserva della stanza nove. «Non do mai le chiavi a un ospite», dice Ferrand, e sale la scala con lui, fino al secondo piano.

La stanza nove è piccola, in ordine: il letto è fatto, il pavimento è pulito, la finestra è chiusa. Nell'armadio c'è solo un cappotto vecchio. Nelle tasche del cappotto, niente. Sul tavolo non c'è niente: nessuna carta, nessuna foto, nessuna lettera. Un uomo paga questa stanza da due anni, e non lascia nessun segno.

Sul ripiano vicino alla porta c'è un cappello grigio, di feltro.

James guarda il cappello.

«Il cappello è qui: Reed pensa di tornare», pensa James.

La donna non dice altro. James non chiede nient'altro. Ferrand chiude la porta della stanza nove e scende la scala, con la chiave in mano.

Il Quai de la Joliette è a venti minuti a piedi, lungo il porto, nel vento. L'ufficio della Navale Lefort è al primo piano di un palazzo grigio, sopra un magazzino. Dietro un banco di legno c'è un impiegato giovane, con gli occhiali e una camicia bianca.

«Cerco il signor Reed, un inglese, agente marittimo», dice James. «Sono anch'io al Bellevue.»

«Mai visto», risponde l'impiegato, veloce.

Ma i suoi occhi vanno al telefono sul banco, un secondo, e poi tornano su James. James sorride, dice grazie e scende la scala piano. Fuori, nel vento, conta i passi fino all'angolo. Adesso l'impiegato conosce il nome del Bellevue, e ha un telefono vicino.

Tutto il giorno James cammina per il porto, tra casse, reti e camion fermi. Chiede negli uffici delle compagnie di navigazione e all'ufficio del porto, sempre con la foto di Reed in mano: un inglese magro e grigio, agente marittimo. Nessuno sa niente, o nessuno vuole dire niente. Chiede anche delle navi del venti: undici navi, per tutto il Mediterraneo. Un numero, non una risposta. A mezzogiorno mangia una zuppa di pesce in un piccolo bar sul molo. «Quattordici euro», dice il padrone, e James paga.

Nel pomeriggio, lungo il molo, una barca da pesca batte contro le pietre, nel vento. La corda che la tiene è legata male: un nodo da turisti, già mezzo aperto. James prende la corda, fa due giri intorno al ferro del molo e un nodo nuovo, stretto, in cinque secondi. La barca smette di battere.

Un pescatore vecchio guarda il nodo, poi le mani di James. «Lei è un marinaio?», chiede il pescatore.

«Una volta», risponde James.

Alle sei e dieci James torna al Bellevue. Dalla porta dell'albergo esce un uomo, con un giornale sotto il braccio. Passa vicino a James, sul marciapiede, veloce, e va via nel vento. Dentro, il banco è vuoto. Dopo un minuto Ferrand scende la scala, con un cacciavite in mano. «Eccomi, signore», dice Ferrand. «Il signore della stanza cinque ha un problema: la sua finestra non chiude.» Apre la cassetta e gli dà la chiave. James sale al terzo piano. La valigia è sul letto, dove lui l'ha lasciata. È chiusa. Ma il filo non c'è più.

Per un minuto James non tocca niente. Guarda. Poi apre la valigia: i vestiti sono al loro posto, quasi. Una camicia ha una piega nuova. Il nécessaire è lì. La Walther no: è con James, sotto la giacca, a sinistra. James prende il rasoio e lo passa piano lungo il muro, intorno alla lampada, sotto il letto, dietro l'armadio, vicino alla finestra. Il rasoio non trema. Niente radio. Qualcuno è venuto solo a guardare: forse l'uomo con il giornale, alla porta.

James scende la scala.

«Chi è salito oggi, signora?», chiede James.

«Nessuno», risponde Ferrand. «Nessuno ha chiesto una chiave. Solo un signore nuovo, alle quattro. Ha preso la stanza cinque e ha pagato in contanti.»

James guarda la cassetta sul muro dietro il banco. Sulla piccola serratura ci sono dei graffi nuovi, chiari sul metallo scuro. «Qualcuno ha aperto la serratura», dice James.

Ferrand guarda anche lei. Diventa bianca. «Alle sei sono salita alla stanza cinque», dice Ferrand piano. «Per la finestra. Un quarto d'ora.»

«Un ospite nuovo, oggi», dice James. «Paga in contanti. E alle sei la chiama su.» Una pausa. «Andiamo a vedere la stanza cinque.»

Salgono al primo piano. Ferrand bussa alla porta della stanza cinque. Nessuna risposta. Apre: la stanza è vuota. Sul letto c'è la chiave. Il letto è fatto, liscio: nessuno ci ha dormito. James va alla finestra e la chiude, facile, con una mano.

«Ha pagato e va via?», sussurra Ferrand.

«E l'uomo con il giornale, alla porta?», domanda James. «È un ospite?»

«Con un giornale?», ripete Ferrand, e scuote la testa. «No», risponde. «Non lo conosco.»

«Uno tiene la signora al primo piano», pensa James. «L'altro apre la cassetta, prende la chiave della dodici, guarda nella mia valigia e rimette la chiave.» Stamattina ha detto il nome del Bellevue all'impiegato, e l'impiegato ha guardato il telefono. «Navale Lefort ha fatto una telefonata.»

Scendono. James aspetta, vicino al banco.

«Oggi una signora francese ha guardato il registro», racconta Ferrand. «Con una carta della polizia. Ma non è salita.»

James guarda il registro sul banco, aperto alla pagina di stanotte, con il suo nome scritto chiaro.

«Qualcuno legge il registro», dice James, con un piccolo sorriso. «Bene.»

Alle sette James chiede il telefono per Londra. Il telefono è vicino alla scala, a tre metri dal banco. Ferrand chiama l'operatrice e aspetta, la cornetta all'orecchio. «Parigi, poi Londra», dice Ferrand. «Costa.» Passano alcuni minuti. Poi dà la cornetta a James.

«Com'è il mare?», chiede Moneypenny, da lontano.

Fuori c'è il maestrale, e il cielo sopra il porto è pulito, pieno di stelle. «Un po' mosso», risponde James.

«Tre minuti dopo le sette», dice Moneypenny. «Un momento.»

Poi la voce di M, breve e secca. James parla per primo, piano.

«Lo zio non dorme qui», dice James. «Oggi qualcuno ha guardato nella mia valigia.»

«E la busta?», chiede M.

«È con me», risponde James.

«Chi?», chiede M.

«Presto lo so», dice James.

«E i vicini?», chiede M.

James guarda il registro sul banco, a tre metri.

«Leggono i registri», risponde James.

«Lo zio è sparito. Tu no», dice M. «Trova lo zio. Cinque giorni.» Una pausa. «E non chiamare dall'albergo.»

M chiude la linea, senza un saluto.

James mette giù la cornetta. «Ventidue euro», dice Ferrand. James paga subito, con due banconote della busta, e Ferrand gli dà il resto.

Fuori dalla porta, il tram verde passa all'angolo, vuoto e illuminato, e va via nel vento. James lo guarda fino alla fine della strada.

«Domani c'è un tram», pensa James.