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Il tram

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Velocità

Sabato mattina, alle sette meno cinque, James scende la scala del Bellevue. Ferrand non è ancora al banco. Dalla cucina arriva l'odore del caffè. «Ogni mattina, alle sette, Reed fa questa strada», pensa James. «Oggi la faccio io.» La Walther è sotto la giacca, a sinistra. Fuori il maestrale soffia ancora, freddo e secco, ma il cielo sopra il porto è pulito, blu scuro, con una sola stella sopra le colline.

Dall'altra parte della strada, sotto un portone, c'è un uomo con un cappotto marrone e un giornale aperto. Alle sette di mattina, quasi al buio, un uomo legge il giornale sotto un portone. James non lo guarda due volte: è il giornale della scala del Bellevue. Cammina fino all'angolo, dove Reed prende il tram da due anni. Alla fermata c'è una macchina per i biglietti. «Due euro», dice lo schermo. James paga e aspetta con le mani in tasca.

Alle sette e dieci il tram verde arriva all'angolo, con un rumore di ferro e un campanello che suona due volte. È lungo, con i finestrini freddi. Dentro ci sono donne con ceste di verdura, due ragazzi con la cartella di scuola, un vecchio con un cane piccolo sulle ginocchia. Davanti, vicino all'autista, una donna con un impermeabile grigio guarda fuori dal finestrino.

James sale e resta in piedi vicino alla porta di dietro, accanto al vecchio con il cane. L'uomo con il giornale sale dopo di lui, prende un posto in fondo e apre di nuovo il giornale. «Sullo stesso tram, a tre metri: non è un professionista», pensa James.

Il tram parte. Dal finestrino passano il porto, le barche da pesca, le case alte con le persiane chiuse. James chiede al vecchio, piano: «Un inglese, magro, grigio, prende questo tram ogni mattina. Dove scende?»

Il vecchio accarezza il cane e non alza gli occhi. «Alla seconda fermata», risponde il vecchio. «Ma non lo vedo da due settimane.»

Alla prima fermata scendono due donne con le loro ceste. Alla seconda fermata il tram frena e apre le porte. La donna con l'impermeabile grigio scende dalla porta davanti e va via sul marciapiede, senza guardare indietro. James non scende. Guarda fuori, tranquillo, come un turista. In fondo al tram, l'uomo con il giornale non gira la pagina.

Il campanello suona due volte. Le porte sono già mezze chiuse. All'ultimo secondo James salta giù, tra le due porte, sul marciapiede. Dietro di lui le porte battono, chiuse. Un momento dopo l'uomo con il giornale è in piedi, con la faccia contro il vetro. Il tram parte e lo porta via, verso il porto nuovo. James alza due dita, come un piccolo saluto.

All'angolo, proprio davanti alla fermata, c'è un caffè. Sopra la porta c'è scritto, in francese e in lettere rosse: Chez Lucien, cioè "da Lucien".

«C'è sempre un caffè vicino a una fermata del tram», pensa James.

Dentro, il bancone è di zinco, freddo e lucido. La macchina del caffè fa un rumore forte, come un piccolo treno, e cinque o sei uomini bevono in piedi, in silenzio, prima del lavoro. Alla radio, dietro il bancone, una voce parla di calcio. L'odore è di caffè, di latte caldo e di pane. Il padrone ha circa quarant'anni, un grembiule bianco e un panno sulla spalla.

James ordina un caffè nero e lo beve in piedi. Poi parla piano, sotto il rumore della macchina.

«Cerco un inglese», dice James. «Viene qui la mattina.»

Lucien pulisce un bicchiere con il panno. Guarda James, poi la porta. «Lei chi è?», chiede Lucien.

«Un collega», risponde James.

Lucien mette il bicchiere sotto il bancone. «L'inglese mi deve una settimana», dice Lucien. «Diciotto euro.»

James mette sul bancone una banconota da venti euro. «Per la settimana, e per il mio caffè», dice.

Lucien prende la banconota. Adesso la sua voce è più bassa. «Alle sette e venticinque, ogni mattina», dice Lucien. «Sempre in piedi, come Lei. Mai seduto, in due anni. Paga il sabato, per tutta la settimana.» Guarda la porta, poi di nuovo James. «Ma da quasi due settimane, niente», aggiunge Lucien. «È malato?»

James beve l'ultimo sorso di caffè e non risponde.

Lucien pulisce il bancone, piano, sempre nello stesso punto. «Ogni mattina beve il caffè in piedi, poi passa dalla cucina ed esce dalla porta di dietro», sussurra Lucien. «Mai dalla porta davanti. Non mi piace.»

James guarda la porta della cucina, in fondo al bancone. «Posso?», chiede.

Lucien guarda James, poi la porta della cucina, e alza le spalle. «Va bene», risponde Lucien.

La cucina è stretta e calda, con una pentola di latte sul fuoco. La porta di dietro dà su una strada stretta, ancora in ombra, dove il vento non arriva. Di fronte c'è un panificio: una vetrina piena di pane, il forno acceso in fondo, rosso come una bocca, e tre piani di finestre chiuse sopra il negozio. Vicino alla vetrina c'è una porta verde, per le case di sopra.

«Reed dorme in un'altra casa», pensa James. «Forse qui.»

James attraversa la strada e prova la porta verde. È chiusa a chiave. Nel vetro della porta del caffè, dietro di lui, passa un impermeabile grigio, in fondo alla strada. James non gira la testa.

La strada è lunga e stretta, con botteghe piccole: un calzolaio, una latteria, un negozio di ombrelli. Venti metri più in là, sullo stesso lato del caffè, c'è la bottega di un barbiere. Sopra la vetrina c'è un nome: Amato. Dentro ci sono due poltrone, una stufa di ferro, uno specchio grande e macchiato, e foto di calcio sul muro. Dalla poltrona vicino alla vetrina, la porta verde è proprio di fronte.

James entra e prende quella poltrona.

«Barba e capelli», dice James.

«Subito, signore», risponde il barbiere. È un uomo piccolo, di quasi settant'anni, con i capelli bianchi pettinati con cura e le mani veloci e sicure. Mette un asciugamano caldo sulla faccia di James e prepara il sapone in una ciotola di legno.

Per due minuti nessuno parla. Il rasoio passa piano sulla guancia, con un piccolo rumore secco. Poi James chiede: «Un inglese viene qui? Magro, grigio.»

Amato tiene il rasoio fermo in aria. «Lei è il secondo che chiede dell'inglese», dice. «Ieri una signora. Francese, ma del nord: lo dice la voce.»

Nello specchio, James guarda la porta verde, dall'altra parte della strada.

«E l'inglese?», chiede James.

«Viene ogni venerdì, alle sei di sera», risponde Amato. «Due anni di venerdì, sempre alla stessa ora.» Il rasoio torna sulla guancia di James. «Ma sedici giorni fa, un giovedì, è venuto un giorno prima, la mattina, con una piccola valigia. "Prendo il treno", ha detto. Poi, gli ultimi due venerdì, niente.»

«Sedici giorni fa, il treno», pensa James. «Ma Reed prende la posta al Bellevue fino a dodici giorni fa. Allora, dopo il viaggio, Reed è tornato.»

«Quella porta, vicino al forno», dice James. «Chi ha la chiave?»

«Una donna, il sabato a mezzogiorno», risponde Amato. «Per l'inglese, credo. Lo vedo uscire da lì, ogni mattina, presto.»

Nello specchio grande, dietro la testa bianca di Amato, un impermeabile grigio passa davanti alla vetrina, piano. È la terza volta.

Amato toglie l'asciugamano dal collo di James, con un gesto elegante. «Ecco fatto, signore», dice Amato. «Venticinque euro.»

James lascia trenta euro vicino allo specchio e prende la giacca.

Fuori, James non ha fretta. Per un'ora cammina lungo il porto vecchio, piano, senza una direzione: guarda le barche, le reti, le vetrine dei negozi. In ogni vetrina c'è un vetro, e in ogni vetro c'è la strada dietro di lui. L'impermeabile grigio è sempre lì, a cinquanta metri. Alle dieci e mezza James scende verso il mercato del pesce.

Il mercato è sulla banchina, in fondo al porto vecchio. Sui tavoli di legno c'è il ghiaccio, e sul ghiaccio ci sono sardine, branzini, polpi grigi e lucidi. Le donne del pesce gridano i prezzi, forte, contro il vento. In una cassa un pesce trema ancora. Sopra le teste un gabbiano bianco grida e gira. C'è odore di mare, di sale e di ghiaccio, e il vento porta via le parole a metà.

James entra nella folla, tra due tavoli pieni di ghiaccio. Poi gira dietro una pila di casse vuote, e aspetta. Dieci secondi. Quindici. L'impermeabile grigio arriva tra le casse, e James è davanti a lei.

È una donna sui trentacinque anni, con i capelli scuri raccolti, le scarpe basse e una grande borsa di pelle sulla spalla. Non porta gioielli. Ha gli occhi calmi, e non sembra sorpresa. Nessuno dei due finge per molto.

«Il Suo impermeabile è sul tram, al caffè, e dal barbiere», dice James.

«Sì», risponde la donna, calma. «È il mio lavoro.»

«E perché Lei mi segue?», chiede James.

«Lei ha firmato il registro del Bellevue», risponde la donna. «Io leggo i registri.»

«Lei ha guardato nella mia valigia?», chiede James.

«No», risponde la donna. «Io leggo i registri, non le valigie.»

«Bond», dice James. «James Bond.»

«Lo so», risponde la donna.

James sorride.

«Cerco un inglese», dice James. «Due giorni in questo porto, e niente.»

La donna guarda il ghiaccio, i pesci, le mani rosse della donna del banco. «Allora una cosa per una cosa», dice la donna. Fa due passi lontano dal tavolo, dove nessuno sente. «Claire Roux. Servizio francese, Parigi. Un uomo mio, in dogana. Scrive ogni mese, il dieci. Questo mese, niente», spiega la donna.

Poi Claire aggiunge, con un piccolo sorriso: «Il barbiere parla con tutti. Anche di me.»

«Lei sa il nome dell'inglese?», chiede James.

«Questa non è una domanda per adesso», risponde Claire.

«E perché Marsiglia?», chiede James.

«Neanche questa», risponde Claire.

James guarda il mare grigio oltre il molo. Il barbiere parla con tutti: anche della porta verde, e della donna del sabato a mezzogiorno.

«A mezzogiorno Claire è lì comunque», pensa James.

«Un patto per oggi», dice James. «A mezzogiorno, davanti al forno.»

Claire guarda il piccolo orologio al suo polso, semplice, senza oro. «Per oggi», risponde Claire.

Sono le undici meno un quarto. James e Claire lasciano insieme il mercato, nel vento, tra le grida delle donne del pesce e dei gabbiani. Camminano a un passo di distanza, come due persone che non sono amiche. Davanti a loro, sopra il porto, il sole arriva finalmente sui tetti, e la strada sale verso il panificio.