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La galleria

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Velocità

Le porte dell'ascensore aprono al piano terra. Tra le colonne di marmo c'è una sola lampada accesa, e i fiori bianchi sono grigi nel buio. Marcel è al banco, solo, davanti al centralino, con il telefono all'orecchio. Sul centralino brilla una piccola luce rossa.

«Sì, signor Brandt», dice Marcel nel telefono. «La radio del porto, per una nave. Un momento.»

James resta fermo, un secondo.

Una nave, pensa James. Il compratore.

Una parola a Marcel, e la linea per il porto è morta, pensa James. Ma con una linea morta Brandt capisce subito: non scende al garage, esce dalla porta grande e prende un taxi.

Una telefonata per una nave è lunga: James ha qualche minuto per il garage.

James va avanti, senza fretta, verso la porta con la parola «Personale». Marcel lo vede. Poi guarda il suo registro, e non dice niente.

Dietro la porta, la scala di servizio scende. Da sopra arrivano passi pesanti, e due valigie che battono sugli scalini: una volta, due. James scende più veloce, in silenzio.

Il garage è buio, e c'è odore di pioggia e di motori freddi. James accende la luce sottile del Rolex, trova una colonna a due metri dalla macchina nera, e spegne la luce. Dietro la colonna, aspetta.

Sotto la giacca, a sinistra, c'è il peso della Walther.

I passi arrivano alla porta delle scale, e finiscono. Lenz resta sullo scalino, fermo, e ascolta. Poi mette giù le valigie e preme il bottone: la lampada vicino alla porta fa una luce gialla, lontana dalla macchina. Lenz accende anche la torcia, con la sinistra, e la tiene lontana dal corpo. Nella destra ha la chiave della macchina.

Lenz da solo, con le valigie, pensa James. Brandt arriva dopo la telefonata.

Lenz cammina verso la macchina. La luce della torcia passa sulle macchine, sul muro, sulla colonna. Trova la spalla di James.

Lenz è veloce. La torcia scende, forte, sulla guancia di James, e il taglio di Genova è di nuovo aperto. Sangue caldo, sulla bocca. La torcia cade e gira sul pavimento.

A Genova Lenz ha preso la manica di James. Adesso James prende tutta la giacca di Lenz, il colletto di pelle, e la tira giù, forte, sulle braccia.

Poi James va verso la mano destra, verso la chiave. Lenz vede. Guarda la grata, vicino ai suoi piedi, e apre la mano. La chiave cade tra due ferri. Un piccolo rumore di metallo, poi l'acqua.

«Niente macchina», dice Lenz, e sorride, con il dente rotto. «Il signor Brandt prende un taxi.»

Con le braccia nella giacca, Lenz colpisce lo stesso: con la testa, poi con il ginocchio. Il ginocchio di Lenz arriva sulla gamba di James. James resta in piedi. Poi colpisce: una volta, due. Lenz va giù, sul pavimento bagnato, e prova a tornare su. Il terzo colpo. Lenz resta giù, fermo.

Lenz resta giù dieci minuti, pensa James. Forse quindici.

Il Rolex dice le sei meno sette.

James va giù sulle ginocchia, vicino alla grata, e accende la luce sottile. Sotto i ferri c'è un poco d'acqua, e nell'acqua c'è la chiave: una testa nera e un anello grigio, grande. Sedici centimetri, giù, pensa James.

James prende la grata con le due mani e tira. La grata non viene: è pesante, ferma nel pavimento.

Dalla scala non arriva niente. Brandt è ancora al telefono.

Il laser? Il ferro della grata è grosso come un dito, pensa James. Il laser taglia due millimetri. No.

Tra un ferro e l'altro c'è posto per un dito. Non per la mano. Non per due dita.

James toglie il Rolex dal polso, lo apre, e lo tiene con un dito: l'orologio va giù, sotto il dito. Il dito va giù, tra due ferri. La luce sottile è ancora accesa, sopra l'acqua.

Il dito, giù: cinque centimetri, pensa James. L'orologio, sotto il dito: nove. La calamita: tre. Diciassette. La chiave è a sedici. Un centimetro in più.

L'orologio scende sopra la testa nera. Niente. La chiave resta giù.

La testa della chiave è di plastica, pensa James. Non è ferro.

Dalla scala, niente. Dietro di lui, sul pavimento, Lenz muove una mano, e respira più forte.

James muove il dito, un centimetro, verso l'anello. Tac. L'anello sale e resta contro l'orologio.

Il piombo no, la plastica no, pensa James. Il ferro sì.

James tira su il dito, piano, tra i due ferri. La chiave esce dalla grata, e l'acqua cade dalla testa nera. James rimette il Rolex al polso. Le sei meno quattro.

Adesso, veloce. James cerca nelle tasche di Lenz: un coltello, piccolo. Il coltello va nella grata. Poi James toglie la giacca di pelle a Lenz e la mette sopra la giacca blu. La Walther resta sotto, a sinistra.

James apre il bagagliaio della macchina nera. Lenz è pesante: prima le spalle, poi le gambe. James chiude il bagagliaio.

Il bagagliaio è pieno: James mette le due valigie davanti, sul posto a destra.

James entra nella macchina e spegne la piccola luce, sopra la testa. Accende il motore. Porta la macchina vicino alla porta delle scale, e accende le luci, forti, sulla porta.

Poi scende, cammina nelle sue luci fino alla porta e preme il bottone. La lampada del garage è spenta. Adesso c'è solo la luce della macchina.

Con la lampada accesa, Brandt vede una faccia, pensa James. Con le luci negli occhi, vede solo luce, e una giacca di pelle al volante.

James torna al volante e chiude la portiera. La piccola luce, sopra la testa, resta spenta.

Le sei meno due. Il motore gira, piano. Nella grata l'acqua scende ancora. Sul colletto di pelle c'è sangue: di Lenz, o di James.

Alle sei meno uno la porta delle scale apre. Brandt è in cappotto e cappello, con la valigetta sotto il braccio, piatta. Guarda l'orologio. Poi alza una mano contro le luci e cammina dentro la luce, veloce, verso la macchina. Apre la portiera di dietro, da solo, e prende il posto a destra, dietro le valigie.

«Le valigie, Lenz?», chiede Brandt.

James alza una mano verso il posto davanti, a destra.

Alle sei la macchina sale, piano, dal garage alla strada.

«L'inglese, Lenz?», chiede Brandt. «L'hai visto, giù?»

Silenzio. Brandt aspetta la risposta.

In cima, James non va verso l'Italia. Gira, e scende verso il mare.

«Lenz», dice Brandt. «L'Italia è dall'altra parte.»

Nello specchio, James vede gli occhi di Brandt. Guardano il collo dell'autista.

La strada lunga: James ha tempo da perdere. Guida piano, come un autista con un signore dietro. Le strade sono vuote, e James non frena mai.

Sotto un lampione la luce entra dal vetro davanti e cade sulle mani di James, sul volante.

«Mani di un uomo che cammina in montagna», dice Brandt, piano. Una pausa. «Buongiorno, signor Bond.»

James non risponde.

Brandt non tocca James. Guarda la valigetta sulle ginocchia.

«Se arriva la polizia, il quaderno va in mare», dice Brandt, a nessuno. «Qui non c'è il mare.»

Dalla tasca piccola della giacca prende la piccola chiave, e apre la valigetta. Prende il quaderno. Poi prende l'accendino dei suoi sigari. Dietro James, nella macchina, c'è una fiamma.

Nello specchio, James vede la fiamma.

Tre euro, signor Brandt, pensa James. Un quaderno di Nizza.

Brandt mette la prima pagina sopra la fiamma. L'angolo brucia. Brandt gira la pagina, per bruciare anche le altre: bianca. Gira ancora: bianca. Senza occhiali Brandt non legge le righe; ma vede che non ci sono righe.

Con due dita spegne l'angolo, e chiude l'accendino. Poi prende gli occhiali dalla tasca. Sotto un lampione, torna alla prima pagina.

«Bianca. Bianca», dice Brandt, piano. «E questa non è la mia mano.»

Brandt alza la scacchiera, nella valigetta. Sotto c'è il taglio nella pelle.

«Il vento», dice Brandt, piano.

Alle sei e tre Brandt chiude la valigetta. Il quaderno resta aperto sulle sue ginocchia.

«Quanto, signor Bond?», chiede Brandt, con calma.

Silenzio.

«Il nome del compratore», continua Brandt. «Per Lei, per Londra.» Una pausa. «Lei ferma la macchina. Io scendo. E dalla strada Le dico il nome.»

Il nome, pensa James. Adesso Brandt lo offre, per una portiera aperta.

Per un secondo la macchina va più piano.

«Ah», dice Brandt.

Un nome dalla strada, da un uomo libero: vero, o no? pensa James. Nessuno lo sa. Brandt, sì.

La macchina va avanti, come prima. Davanti c'è la galleria: un tunnel lungo e bianco, sotto la città, quasi vuoto.

Alle sei e quattro, all'entrata della galleria, la mano destra di Brandt trova la portiera, vicino a lui. La portiera apre, larga una mano. Entrano il rumore della galleria e il vento freddo.

James preme il piede, forte: la macchina corre. Il muro bianco passa veloce, a un metro dalla portiera.

«Una porta, in galleria, a questa velocità», dice Brandt. «No.» E chiude la portiera.

Poi Brandt va avanti, veloce, tra i due posti davanti. La sua mano destra trova il freno a mano, vicino alla gamba di James, e tira.

Una macchina contro un muro, pensa James: un incidente.

Dietro, le ruote gridano. La macchina va di lato, verso il muro bianco.

James non frena. La sua mano destra lascia il volante, prende il polso di Brandt sul freno e lo gira, forte, come sulle scale di Genova. La mano di Brandt lascia il freno; James preme il bottone e spinge il freno giù. Con la sinistra, James gira il volante, poco, dall'altra parte. La macchina torna dritta, a una mano dal muro.

Poi James prende di nuovo il polso e lo tiene lì, girato. La macchina corre, dritta, nella galleria.

Brandt guarda la giacca di James, a sinistra, dove un uomo porta la pistola.

«Lei non spara, signor Bond», dice Brandt. «Una pistola è una prova.»

Giusto, pensa James. E non serve: la macchina basta.

James lascia il polso. Due mani sul volante. Brandt torna al suo posto, a destra, con il polso contro il petto. La mano destra non stringe più. La sinistra, rigida, non apre una portiera. Non prova più.

Adesso James guida come prima, senza fretta. Il foglio arriva alle sei e dieci, non prima.

Alle sei e cinque, dal bagagliaio, arrivano due colpi. Poi niente. Brandt guarda dietro la sua schiena, un momento, e non dice una parola.

Con gli occhiali ancora sul naso, Brandt chiude il quaderno, su una pagina bianca.

Il Rolex dice le sei e sette. Il porto: tre minuti. Davanti, la fine della galleria è una bocca grigia, nella notte.

Alle sei e dieci la macchina è ferma davanti al commissariato, al porto. Sulla porta, sotto una lampada, aspettano il commissario, con il foglio del giudice, e Claire, con la sua borsa.

James scende, gira intorno alla macchina e apre la portiera di Brandt, come un autista.

«Siamo arrivati, signore», dice James.

Brandt scende, con la valigetta, e guarda Claire. «Una donna», dice Brandt, piano.

«Santini è un uomo mio», risponde Claire.

Il commissario mostra il foglio a Brandt, e lo prende per il braccio. Claire firma il foglio, sotto il commissario.

James toglie la giacca di pelle e la dà al commissario, con la chiave della macchina. «Nel bagagliaio c'è l'autista», dice James.

Il commissario guarda il sangue sulla guancia di James. «E Lei, signore?», chiede il commissario.

«Un turista inglese», risponde Claire.

Poi Claire mette la mano sulla giacca blu di James, sul petto, un secondo. Il commissario e Claire portano Brandt dentro. James va via, a piedi, in salita.

La sera James vola a Londra. La Walther vola nella stiva, vuota, nella piccola scatola chiusa, dentro la valigia, con il permesso dell'ufficio. Nell'aereo, nella tasca interna della giacca blu, vicino al conto di Nino, James trova una lettera, piegata in due. La mano di Claire, sul petto, pensa James. Un secondo.

Poche righe, scritte piccole e veloci: «Le carte della polizia, a Monaco, sono tante. Un giorno vengo a Londra, e prendo un tè con Lei. C.»

Un tè, pensa James. A Londra, sul tavolo della cucina, c'è ancora una tazza di caffè, piena per metà, da giovedì.

Il giorno dopo, un treno va verso nord, tra colline verdi e pecore bianche. A mezzogiorno James entra nella locanda, con la valigia. Il fuoco è acceso, e la stanza ha lo stesso odore di legno e di lana.

«Il signore della camera quattro!», dice il locandiere. Poi guarda la finestra, e la luce sul tavolo. «Il sole, signore. Come dico io.» Poi il locandiere porta la valigia in camera quattro.

James mangia la zuppa vicino al fuoco. All'una il locandiere torna al tavolo.

«Una telefonata per Lei, signore», dice il locandiere. «Da Londra. Nel corridoio.»

James entra nella cabina di legno e chiude la porta di vetro. Alla fine del corridoio, nella piccola finestra, c'è il sole, e sotto il sole il lago è liscio e blu, senza un'onda.

«Com'è il mare?», chiede Moneypenny.

«Un po' mosso», risponde James.

«Otto giorni, contati uno per uno», dice Moneypenny. «Gli amici della farinata dicono: grazie per la faccia.» Una pausa. «Un momento.» Poi la voce di M, bassa.

«Il libro?», chiede M.

«Con i vicini», risponde James. «Il cliente anche.»

«E il compratore?», chiede M.

«Avvisato», risponde James. «Lontano, in mare. Senza nome.»

«Non mi piace», dice M.

«Neanche a me», risponde James.

«Lo zio è a casa», dice M. «Chiede di te.» Poi chiude la linea, senza un saluto.

James mette giù il ricevitore. Mette gli scarponi, vicino al fuoco, ed esce. Il sentiero sale tra pietre grigie e pecore bianche, e il sole è caldo sulla faccia. Sul cuoio degli scarponi c'è ancora un poco di terra scura, delle montagne della Corsica.

Un po' mosso, pensa James. E oggi non è vero.