La notte
Alle due meno dieci lo smoking è sul letto, in ordine, con le scarpe da sera sotto. James ha pantaloni scuri e un maglione nero della sua valigia, e ai piedi solo le calze. In tasca ha il rasoio del nécessaire, con la sua lama lunga e dritta, il quaderno nero della stazione, una penna e un foglio dell'albergo, piegato in quattro. La Walther è nella cintura, dietro.
Cinque ore e dieci, pensa James.
Apre la finestra. Fuori piove ancora, e il vento arriva dal mare, freddo. James passa la ringhiera e mette i piedi sulla pietra stretta. La faccia al muro, le mani sul muro. In basso, le luci del porto tremano nell'acqua nera. James non guarda giù.
La finestra di Lenz è accesa. Dietro la tenda c'è la sua ombra, sulla sedia, con la schiena alla finestra e la faccia verso la porta. La pioggia batte sulle persiane aperte e copre ogni piccolo rumore.
Sotto la finestra, sulle ginocchia. Un metro. Due. La pietra è bagnata e fredda.
Le persiane di Brandt sono chiuse. Tra le due parti c'è uno spazio, largo come un dito. James accende la luce sottile del Rolex e guarda dentro: il gancio è nel suo anello. James passa il rasoio nello spazio e prova ad alzare il gancio. Niente.
Il gancio è stretto nell'anello, duro: il rasoio non lo apre.
Vicino: il laser arriva. Due millimetri. Dieci secondi.
James mette il Rolex contro lo spazio. Un punto rosso, piccolo, sul ferro.
Uno. Due. Tre. La pioggia entra nel collo del maglione. Quattro. Cinque. Sei. Odore di ferro caldo; ma c'è il sigaro. Sette. Otto. Nove. Dieci.
Il gancio è tagliato. La carica è a zero. Sono le due.
James apre la persiana, piano. Dietro, la finestra è aperta, come all'una. Entra.
La sala è buia e calda, piena dell'odore del sigaro. La luce sottile passa su un cappotto grigio, su una sedia, su un piatto con la cenere. La porta della camera è chiusa. Dietro la porta, un respiro lento e pesante: il cognac del bar.
James apre la porta, piano, ed entra nella camera, in calze. Brandt dorme sulla schiena, con la mano rigida sopra la coperta. Vicino al letto, su una sedia, c'è la valigetta. Chiusa. La luce sottile passa sul cuscino: sotto, vicino alla testa di Brandt, brilla il metallo di una piccola chiave.
Una chiave a dieci centimetri dalla sua faccia? No, pensa James.
Il laser? Sei minuti dal gancio: la carica è al dieci per cento. La serratura è di ferro, quattro millimetri: due cariche piene. No.
Il rasoio taglia il fondo della valigetta. Un taglio lungo come la mano.
James mette due dita nel taglio e trova il quaderno: piccolo, nero, con l'elastico. Lo prende e torna nella sala, al tavolo.
Con la luce sottile del Rolex apre il quaderno vero. La prima pagina: date, numeri di casse, numeri di sigilli, scritti piccoli. James apre il suo quaderno e copia la prima pagina, con la penna, piccolo, riga per riga. Dopo la prima pagina, il suo quaderno resta bianco.
Nella camera, Brandt gira nel letto. Dice una parola in tedesco, una sola, nel sonno.
James resta fermo, con la penna sulla carta. Non respira. Venti secondi. Poi il respiro di Brandt torna lento. James finisce l'ultima riga.
Nella camera, con due dita, James mette la scacchiera sopra il taglio, e il suo quaderno sopra la scacchiera, nel posto del quaderno vero. Poi lascia la valigetta sulla sedia, chiusa, con il taglio sotto.
Brandt trova la valigetta chiusa, pensa James, e la chiave sotto il cuscino. Un ladro prende, non lascia: così pensa lui. Se apre, vede un quaderno nero, e sulla prima pagina i suoi numeri. Non legge tutto: conta le ore.
James torna nella sala, chiude la porta della camera, come prima, ed esce dalla finestra. Da fuori chiude le persiane. Senza il gancio, le persiane non restano chiuse: James mette il foglio piegato nello spazio, tra le due parti. Le persiane stanno ferme.
Due passi sulla pietra. Poi il vento arriva più forte, dal mare. Il foglio esce dallo spazio e vola via nel buio. Una persiana batte contro il muro: tac. Poi ancora: tac.
James torna indietro e apre la persiana tutta, contro il muro. Sul muro c'è un piccolo ferro: gira, e tiene la persiana. Il rumore finisce.
James va giù sulla pietra, contro il muro, la faccia sulla pietra bagnata.
Poi, a due metri, Lenz apre la tenda. La luce della camera di Lenz arriva sul muro bagnato, in alto, sopra James. Giù, sulla pietra, James è al buio.
Un minuto. La pioggia sulla schiena di James. Il cuore nelle orecchie.
Poi Lenz chiude la tenda, e la luce sul muro va via.
Dalla finestra aperta della suite, oltre la sala, James sente una porta, e poi passi nel corridoio. I passi finiscono davanti alla porta di Brandt. Poi due piccoli colpi.
«Tutto bene, signor Brandt?», chiede la voce di Lenz.
«Sì», risponde Brandt, dietro la porta chiusa della camera, con la voce piena di sonno. «A letto, Lenz.»
Brandt non sa niente della persiana, pensa James. Nel corridoio, Lenz resta davanti alla porta.
Adesso. James torna sulle ginocchia, passa la persiana e passa sotto la finestra di Lenz. Dietro la tenda la sedia è vuota. Alle due e diciotto James è nella sua camera.
Toglie il maglione bagnato. L'acqua cade dai capelli sul tappeto. Lo smoking è sul letto, asciutto e in ordine.
«Stamattina lo smoking torna al negozio senza una goccia», dice James, piano, a nessuno. «Il resto di me no.»
Alle tre l'ascensore sale. Passi leggeri nel corridoio, poi due piccoli colpi alla porta. È Claire.
James mette il quaderno sul tavolo, sotto la lampada. Claire lo apre e legge cinque minuti, senza una parola. Quattro anni di righe, scritte piccole e chiare: date, numeri di casse, numeri di sigilli. Su ogni riga ci sono due cose: quello che dice la carta, e quello che c'è nella cassa. Il quattrocentododici torna su ogni pagina.
Il nome del compratore non c'è. Claire cerca due volte. Niente.
«Nel Suo rapporto scrive che l'ho usato?», chiede Claire.
«Scrivo quello che è vero», risponde James.
Claire chiude il quaderno. «Non è una prova pulita», dice Claire. «Ma basta per il giudice, e le prove di Bastia sono pulite.» Una pausa. «Per un signore straniero serve la firma di un giudice. Il giudice di turno arriva alle sei. Alle sei e dieci il foglio è al commissariato.» Un'altra pausa. «Ma il foglio funziona solo a Monaco.»
Scrive un numero su un foglio del blocco, vicino al telefono: il commissariato. Poi mette il quaderno nella borsa.
«La persiana di Brandt è aperta, contro il muro, e il gancio è tagliato», dice James. «Con la prima luce Brandt lo vede, e alle sei la *Regina* esce, prima del foglio. Mezz'ora di mare, e Brandt è fuori da Monaco.»
«Allora la *Regina* parte, e noi la seguiamo, da lontano, con la barca della polizia», risponde Claire. «Vediamo la nave del compratore. E il suo nome.» Una pausa. «Ma Brandt resta in mare. Libero.» Poi guarda James. «Il quaderno lo ha preso Lei. Lei sceglie.»
James guarda la borsa di Claire, con il libro dentro.
Il compratore paga numeri, pensa James. Per Reed, Brandt ha scelto il fondo del mare.
«Brandt, o il compratore», dice James, piano. Una pausa. «Brandt.»
Claire aspetta.
«Due agenti alla *Regina*, con il cappello», continua James. «Non toccano niente: restano lì, sotto le finestre. Brandt vede i cappelli, e la barca resta al molo.» Una pausa. «In mare nessuno lo segue. Sulla strada, io sì.»
«Senza il foglio del giudice, il commissario manda solo due agenti, al molo», risponde Claire. «Nell'albergo, di notte, niente polizia.»
Claire guarda il telefono, vicino al blocco, e non lo prende. «Il centralino dell'albergo scrive ogni telefonata», dice Claire. «Telefono dalla strada.»
«E Brandt prende la macchina?», chiede Claire.
«La macchina la guardo io», risponde James.
«Senza pistola», dice Claire. «Una pistola, e il commissario arresta Lei.»
Alle tre e un quarto, sulla porta, Claire parla ancora. «Il commissariato è giù, al porto, dopo la galleria», dice Claire. «Alle sei e dieci sono alla porta, con il foglio. Prima, io non vedo niente.» Una pausa. «A Mentone c'è la polizia francese; ma da Monaco escono tante strade, e su nessuna c'è un controllo. Quale strada? Io non lo so. E l'Italia è a venti minuti.» Poi aggiunge: «Se c'è una luce da Brandt, telefoni al commissariato. Una parola, niente di più.»
«Fino alle sei e dieci, Brandt è un signore libero», risponde James. «Quei minuti sono miei.»
Claire va via. L'ascensore scende.
James resta alla finestra, al buio, con una sigaretta. La persiana di Brandt è ancora aperta, contro il muro. Alle quattro meno un quarto, giù, sul molo, due ombre con il cappello della polizia camminano fino alla *Regina*, e restano lì.
Alle quattro James esce nel corridoio, con le scarpe da sera: sul tappeto non fanno rumore. Il corridoio è vuoto. Sotto la porta di Lenz non c'è luce.
Vicino all'ascensore c'è una porta stretta: la scala di servizio. La scala scende, di pietra, senza tappeto. Al piano terra passa una porta con una parola: «Personale». Dietro, la hall. Poi la scala scende ancora un piano, fino al garage.
Il garage è buio e freddo. James accende la luce sottile del Rolex. Di notte qui non c'è nessuno. Lenz è l'autista, pensa James: la chiave della macchina è sua.
Sei macchine, in fila. Una è nera, grande, con la targa HH, e quattro numeri. Amburgo, pensa James.
Vicino alla porta delle scale, sul muro, c'è un bottone, e sopra il bottone una sola lampada, lontana dalla macchina nera.
L'acqua della pioggia scende dalla strada, corre sul pavimento e va giù in una grata di ferro, vicino alla macchina nera.
Una macchina rotta, pensa James, e Brandt prende un taxi: in cinque minuti è fuori da Monaco. Una macchina con James al volante, e Brandt è di James.
Alle quattro e dieci James è di nuovo nella sua camera, alla finestra. Verso le cinque la pioggia finisce.
Alle sei meno un quarto, nella suite di Brandt, c'è una luce. Una mano tira dentro la persiana aperta, e resta ferma sul gancio, un momento. Poi Brandt guarda giù, il molo, a lungo.
Adesso Brandt vede il gancio, pensa James. E sul molo, i cappelli.
James prende il telefono.
«Il banco», dice la voce di Marcel. «Questa telefonata non è nel registro, signore.»
James legge il numero sul foglio. Un minuto. Poi, lontana, la voce di Claire.
«C'è una luce», dice James.
«Capito», risponde Claire. «Alla porta, come prima.» Poi mette giù.
L'Italia è a venti minuti, pensa James.
James mette la giacca blu, con la Walther sotto, a sinistra. Nella tasca interna c'è ancora il conto di Nino. Esce nel corridoio e chiude la porta, piano.
In fondo al corridoio la porta di Brandt è aperta. Fuori, sul tappeto, Lenz prende due valigie, con la schiena a James. Dentro, nella luce, Brandt è in cappotto, vicino alla sedia.
«La persiana, stanotte: il vento», dice Brandt a Lenz.
Con la piccola chiave del cuscino apre la valigetta e prende il quaderno nero. Apre la prima pagina. Senza occhiali vede solo righe di numeri, pensa James: le sue. Un secondo. Brandt chiude il quaderno, poi la valigetta. La piccola chiave va nella tasca piccola della sua giacca.
«La barca no», dice Brandt. «La macchina, Lenz.» Una pausa. «Prima, una telefonata.»
Brandt torna dentro, verso il telefono sul tavolo.
Con le valigie in mano, Lenz gira la testa, e vede James nel corridoio.
L'ascensore, pensa James, non la scala di servizio. Lenz guarda: per Lenz, l'inglese va nella hall.
James va verso l'ascensore, senza fretta. Le porte aprono.
«Il signor Bond…», dice Lenz dietro di lui, piano, verso la suite.
Le porte chiudono sul resto.
Le sei meno dieci.