Montecarlo
Alle sei la nave veloce entra nel porto di Nizza. È già buio, e piove piano sulle luci del lungomare. Claire apre gli occhi solo quando i motori tacciono.
Alle sette James è in una cabina del telefono, alla stazione dei treni, con la schiena al vetro. Claire telefona dall'altra cabina. Non spiega. Questa volta risponde solo Moneypenny. Alla domanda sul mare James risponde «Calmo»; poi mette le due metà della scatola del sapone sul ricevitore, e Moneypenny dice «Linea sicura».
«Quattro minuti dopo le sette», dice Moneypenny. «Felix dice: all'Hôtel de Paris, al banco, c'è un uomo suo, Marcel. La parola è "castagna".» Una pausa. «Torna intero.» Poi Moneypenny chiude la linea.
«Diciotto euro», dice l'uomo della cassa. James paga.
Dodici ore, pensa James.
Nella stazione c'è un'edicola, con giornali, sigarette e quaderni. «Un quaderno nero, piccolo come una mano, con un elastico», ha detto Santini. James guarda i quaderni, uno per uno. C'è un quaderno nero, piccolo, nuovo, con un elastico e le pagine bianche.
«Tre euro», dice la donna dell'edicola. James paga, e il quaderno va nella tasca della giacca.
Il treno piccolo della costa parte alle sette e dieci. Due biglietti: nove euro. James paga. Fuori dal finestrino il mare è nero, e la pioggia batte sul vetro. Dopo venti minuti arriva Monaco: una roccia piena di finestre accese, sopra un porto pieno di barche bianche.
Alle otto meno un quarto entrano nell'Hôtel de Paris, sulla piazza del casinò, con la pioggia sulle spalle. Dentro tutto è luce: un tappeto rosso, colonne di marmo, fiori bianchi alti come un uomo. Dall'altra parte della piazza il casinò brilla, bianco e oro.
Vicino all'ascensore c'è Lenz, con la giacca di pelle. Guarda la faccia di James, un secondo. Poi guarda l'ascensore, ed entra. Le porte chiudono. Sopra le porte la freccia sale, e resta sul due.
Lenz mi ha visto, pensa James.
Al banco ci sono due uomini: un ragazzo con una giacca rossa, e un uomo con i capelli bianchi e due piccole chiavi d'oro sulla giacca. Sul muro, dietro di loro, ci sono le chiavi delle camere, e sotto ogni chiave una piccola casella per la posta, con il numero. Al secondo piano molte chiavi sono al loro posto: camere vuote.
Claire prende due buste dalla borsa, mette in ogni busta un biglietto: "Benvenuto a Montecarlo" – la Direzione. Poi scrive due nomi e va dal ragazzo. James prende un giornale, vicino ai fiori, e ascolta.
«Per il signor Brandt», dice Claire. «E una per il suo autista.»
«Le porto io», risponde il ragazzo. Mette le due buste in due caselle, dietro di lui, una vicino all'altra.
Sopra il giornale, James legge i numeri delle due caselle: la busta di Brandt va nella duecentoventidue, la busta dell'autista nella duecentoventi.
Claire torna da James. «La polizia di Monaco», dice Claire, piano. «Poi La trovo.» Ed esce di nuovo nella pioggia.
James va dall'uomo con i capelli bianchi. L'uomo guarda la sua faccia.
«Castagna?», chiede l'uomo, piano. James fa sì con la testa.
«Marcel», dice l'uomo, e apre il registro. «Il signor Leiter ha telefonato. Il Suo nome, signore? Il passaporto, per domani.»
Duecentoventidue, duecentoventi, pensa James. E accanto, la duecentodiciotto.
James firma. «Una camera sul porto, al secondo piano», dice. «La duecentodiciotto, se è libera.»
Marcel guarda il muro delle chiavi. «A novembre metà delle camere sono vuote», dice Marcel. Prende la chiave. «È libera. Seicento euro a notte.»
Il corridoio del secondo piano è lungo, con un tappeto spesso. L'ascensore è a un capo; la camera di James è all'altro, quasi in fondo. Prima di tutto James passa il rasoio sui muri, sulla lampada, sul telefono. Il rasoio non trema: nessuna radio.
Poi apre la finestra ed esce sul balcone. È piccolo, con una ringhiera di ferro. Sotto, molto sotto, c'è il porto. A destra, lungo il muro, corre una pietra stretta, larga come uno scarpone. Sulla pietra ci sono due finestre, con le persiane verdi aperte. Dopo la seconda c'è l'angolo dell'albergo: niente balcone, solo il buio.
Tre finestre in fila, pensa James. La mia camera. Poi la camera di Lenz. Poi la suite di Brandt.
Nella valigia ci sono gli scarponi, un maglione nero, due camicie e la giacca rotta di Genova. Sulle spalle James ha la giacca blu: niente per la sera. Telefona al banco.
«Il signore tedesco gioca, la sera?», chiede James.
«Un ospite non parla di un altro ospite, signore», risponde la voce di Marcel. «Ma il signore tedesco non gioca. Il bar dell'albergo, fino a mezzanotte. E la sera, al bar, lo smoking.»
«Allora uno smoking», dice James. «E le scarpe.»
Dopo venti minuti arriva lo smoking, con le scarpe. Lo smoking è un poco largo sulle spalle. Sotto, a sinistra, c'è posto per la Walther.
Alle dieci James attraversa la piazza. Nel casinò il gioco è veloce: alla cassa cambia trecento euro, gioca tre mani a un gioco con un nome francese, chemin de fer, cioè "ferrovia", con le carte che escono dalla scatola, ed esce con cinquecento euro: duecento euro in più.
Davanti alla porta del bar James resta fermo un momento. Brandt sa già, pensa. Meglio guardarlo in faccia. E la valigetta, e la mano che la chiude.
Il bar è piccolo, di legno scuro, con un solo barista dietro il banco. James prende uno sgabello.
«Un vodka martini, grazie», dice James al barista. «Agitato, non mescolato.»
Il barista non chiede altro. Lo prepara freddo, con una piccola oliva.
Al tavolo d'angolo c'è Brandt, con la scacchiera aperta, un bicchiere di cognac e un sigaro. Tra i suoi piedi c'è una valigetta di pelle nera. Lenz è al banco, con un bicchiere d'acqua. Quando James prende lo sgabello, Lenz lascia il bicchiere e va a stare vicino al tavolo d'angolo, accanto alla valigetta.
Brandt alza gli occhi. «Il vino della casa, a Genova, domenica sera», dice Brandt, piano. «E adesso qui, di martedì. Molta strada per un uomo in vacanza, a novembre.»
Guarda le mani di James, poi le sue scarpe. «Mani di un uomo che cammina in montagna», dice Brandt. «E scarpe nuove.» Una pausa. «Il Bellevue scrive i nomi in un libro, signor Bond. Di Londra.»
Brandt guarda la faccia di James, e aspetta.
Il registro del Bellevue, pensa James, e l'uomo con il giornale, sulle scale.
«Vado dove non piove», risponde James. «Finora, senza fortuna.»
«Brandt», dice il tedesco. Non dà la mano. «Ernst Brandt. Spedizioni, Amburgo.»
James guarda la scacchiera un momento. «Il cavallo, qui, è meglio della torre», dice James, con un dito vicino al pezzo, senza toccarlo.
Brandt prende un paio di occhiali dalla tasca e guarda il problema a lungo. Poi toglie gli occhiali e guarda James. «Lo finisco un'altra volta», dice Brandt. Chiude la scacchiera, con il problema a metà, e la mette nella valigetta. Poi chiude la serratura con una piccola chiave, e la chiave va nella tasca piccola della sua giacca.
«Buonanotte, signor Bond», dice Brandt. Prende la valigetta, e Lenz va dietro di lui, verso l'ascensore.
Alle dodici meno un quarto arriva Claire, con i capelli bagnati. Chiede un'acqua al barista. Il barista la porta, poi va in fondo al banco. Claire prende la sigaretta dalle dita di James, fuma una volta, e la rende.
«Santini è stato mio», dice Claire, «prima di Reed. Tre anni.»
James aspetta. «Prima», ha detto Reed, a Castellu.
«Poi Santini parla con un inglese di Marsiglia», continua Claire. «Da due anni. Lo so da due anni. Scrive ancora a me, ogni mese. Poco. Per questo Marsiglia.» Guarda il bicchiere, non James. «Questo mese, il dieci, niente. L'ho sospettato. Sono venuta sola. Poi ho trovato Lei, con le mie domande. L'ho usato.» Una pausa. «E adesso Lei lo dice a Londra, no?»
«Reed è vivo», dice James. «E io, al Suo posto, faccio lo stesso.» Poi indica il suo bicchiere vuoto. «Un'altra acqua, per la signora», dice al barista.
Claire quasi sorride. Poi parla della polizia, piano. «Lo fermano con il foglio del giudice, e con il quaderno», dice Claire. «Questo è Monaco: all'Hôtel de Paris, di notte, la polizia non bussa. Senza il quaderno, Brandt dice: "Il doganiere ha fatto tutto."»
«E Brandt va al molo lo stesso, dopo Bastia?», chiede Claire.
«Le casse sono ferme a Bastia, con un gendarme. Brandt non lo sa», risponde James. «Domattina porta il quaderno al compratore, e il compratore paga riga per riga.»
«E per aprire la valigetta?», chiede James.
«Serve una prova», risponde Claire. «E la prova è dentro la valigetta.»
Escono sulla piazza. La pioggia è più leggera, e le luci del casinò sono ancora accese. L'orologio della piazza suona mezzanotte. Sette ore, pensa James.
«Il quaderno esce dalla valigetta stanotte», dice James. «La valigetta no.»
«Perché no?», chiede Claire.
«Se la valigetta non c'è», risponde James, «Brandt parte alle sei, prima della polizia.»
Claire guarda il secondo piano dell'albergo, le finestre in fila. «La Sua camera?», chiede Claire.
«La duecentodiciotto», risponde James.
«Io non salgo sui muri», dice Claire. «Io leggo. Alle tre sono alla Sua porta.» E va via, sotto la pioggia.
Alle dodici e un quarto James è di nuovo al banco.
«A che ora fa colazione il signore tedesco?», chiede James.
«Questo non lo dico, signore», risponde Marcel. «Faccio la notte: di notte, io non so niente.» Poi, più piano: «Il suo autista chiede la Sua camera. Non ho detto il numero.»
James mette sul banco cinquanta euro. Marcel li guarda, e li rende con due dita.
«Il signor Leiter ha già pagato, signore», dice Marcel. «Molti anni fa.»
James sale con l'ascensore. Alle dodici e quaranta è sul balcone, al buio. La finestra di Lenz è accesa. Lenz fuma: la finestra resta aperta. Dietro la tenda c'è un'ombra: un uomo su una sedia, con la faccia verso la porta. Non dorme.
All'una, nella suite di Brandt, una mano destra esce dalla finestra e tira dentro le persiane. Un piccolo rumore di ferro: dentro, un gancio entra nel suo anello, un piccolo anello di ferro. La mano prova le persiane: tira una volta, due. Poi la luce va via, e dentro una porta chiude.
Tra le persiane esce un filo di fumo di sigaro. La finestra, dietro, è aperta.
Una persiana chiusa, al secondo piano, pensa James. Brandt dorme tranquillo. Ma un uomo con un sigaro non dorme subito.
Sei ore.