La funivia e l'amico
Non capisce, non ancora. Ma alle sei e cinquanta James è già fuori dall'albergo, con lo zaino vuoto sulla spalla. Ha dormito solo tre ore, ma è pronto. Il cielo è blu scuro, senza sole, con qualche stella ancora accesa sopra il Cervino. Fa molto freddo. James respira forte, e una piccola nuvola bianca esce dalla sua bocca. James guarda il Rolex. Sabato a mezzanotte: sessantacinque ore e dieci minuti. «Abbastanza», pensa James. «Se non perdo una mattina.» Il paese dorme ancora. Chiara, con il cappotto nuovo e la sciarpa rossa al collo, guida la macchina rossa fino alla stazione della funivia, in fondo al paese. «Aspetto sulla strada, sotto il bosco, con la macchina pronta», dice Chiara. «Bene. Non andare via», dice James. Chiara sorride, piano, e guarda la strada davanti a lei. «Non vado via, James», risponde Chiara.
Alla stazione ci sono scatole dappertutto: pane, vino, verdura, per la casa bianca sulla montagna. C'è una luce blu sopra la porta della cabina. L'aria ha il profumo caldo del pane fresco. Un uomo con una giacca verde mette le scatole nella cabina, una alla volta. Non guarda le facce. Guarda solo le scatole. Nella neve fresca, vicino alla stazione, c'è la riga larga di una motoslitta: qualcuno è salito nella notte. James prende una scatola di pane e sale nella cabina, tra il vino e le verdure. Trova un angolo, piccolo tra le scatole grandi. «Buona compagnia», pensa James, e guarda il pane.
La funivia parte piano. Fuori, il paese diventa piccolo e poi sparisce nel buio blu. Fa freddo nella cabina, e James tiene le braccia strette al petto. Sotto, la neve è bianca e vuota. La montagna sale, alta e dura, sotto i piedi della cabina. Il cavo sottile della funivia fa un rumore piano nel vento. Dopo dieci minuti, in alto, appare di nuovo la casa di Volpe, silenziosa, con una sola luce accesa vicino alla porta. Solo neve, e il cielo che diventa grigio chiaro.
La cabina arriva in cima, con un colpo piano. L'uomo con la giacca verde scende con le scatole e non guarda James. James prende una scatola di vino, come gli altri. Scende dietro di lui, con la testa bassa. Poi lascia la scatola vicino alla porta e va da solo, senza rumore, dentro la casa. Dentro tutto è bianco: le pareti, il pavimento, le sedie, anche le lampade. C'è silenzio, solo il rumore dei suoi passi sul pavimento freddo. Una scala stretta sale al primo piano. James la prende, due gradini alla volta. In fondo a un corridoio c'è una porta di vetro. La porta è chiusa e non ha una serratura: solo un piccolo bottone, dall'altra parte del vetro. La penna qui non serve. James passa il diamante del Rolex sul vetro, piano, due volte: un cerchio piccolo, vicino al bottone. Poi un colpo secco con la mano, e il cerchio di vetro cade nella sua mano, quasi senza rumore. James passa la mano nel buco, preme il bottone, e la porta è aperta.
La stanza dentro è piccola e bianca, senza finestre. Al centro c'è un tavolo, e sul tavolo, sotto un vetro, c'è la scatola nera. Piccola come un libro, con un solo bottone rosso. James guarda un momento, senza toccare niente. Il vetro è chiuso con un piccolo lucchetto di acciaio, sottile. James mette il Rolex vicino al lucchetto, a due dita, e gira il bottone fino in fondo: il laser diventa rosso. Con il freddo della montagna il laser è lento: tutti i dieci secondi, lunghi, con l'orecchio alla porta. Poi il lucchetto cade sul tavolo. Il Rolex è caldo sul polso: la carica è a zero. Poi James alza il vetro, piano, e prende la scatola. Il metallo è freddo nella mano. La mette nello zaino e chiude bene. Sotto la scatola c'è un piccolo bottone: senza il peso della scatola, il bottone sale. Poi, forte e improvviso, un allarme suona in tutta la casa.
James non aspetta. Corre giù per la scala ed esce dalla porta sul retro della casa. Vicino alla porta ci sono sci e scarponi, per la neve d'inverno. James prende un paio di scarponi e un paio di sci e li mette ai piedi, veloce, con le mani fredde. Poi parte, giù, verso il paese lontano. Il vento è freddo sulla faccia, e gli occhi gli fanno male per la velocità. Dietro di lui, il rumore di una motoslitta. Sopra, guida il Gigante, grande e nero contro il bianco della neve, sempre più vicino. James ha la Walther sotto la giacca, ma tra gli alberi servono due mani e due occhi. James entra nel bosco, tra gli alberi alti e scuri. Il respiro è forte, le gambe sono stanche. Passa troppo vicino a un albero: il legno taglia la sua faccia, sotto l'occhio. James non rallenta. La motoslitta è ancora dietro, ma tra gli alberi va piano. Davanti a James c'è una piccola collina di neve. James non frena. Salta, con lo zaino stretto al petto. Per un momento è nell'aria, sopra la neve, senza rumore, senza paura.
In fondo, il paese. James vede la macchina rossa, ferma vicino alla strada, con Chiara al volante. Toglie gli sci e sale in macchina. Respira forte, con la faccia rossa per il freddo e la corsa. Chiara guarda lo zaino sulle sue gambe, poi guarda James negli occhi. «Abbiamo la scatola», dice James. «E adesso?», chiede Chiara. «Adesso torniamo all'albergo. E chiamo Roma», risponde James.
Chiara guida veloce fino all'Albergo Stella. Nella stanza, James mette lo zaino sotto il letto e chiude la porta a chiave. Poi beve un caffè caldo, senza zucchero, vicino al fuoco. Sente il calore tornare piano nelle mani. Alle nove, dal telefono del corridoio, telefona alla stazione di Roma. Il piccolo apparecchio nero è ancora in camera, bagnato, sul termosifone. Risponde di nuovo Marco: «Esportazioni Universali, Roma. Piove a Londra?» «Qui piove sempre», risponde James. «Capito. In codice», dice Marco. «Dimmi.» «Il pacco è mio. Sono sceso dalla piramide con gli sci. Il pacco è nella stella, sotto il letto», dice James. «Bene», dice Marco. «Il telefono della stazione è con me. Paolo è ancora a Milano, io sono a Genova. Vengo io, alle undici, con la macchina.» Ora la stazione sa tutto.
Dopo il telefono, James dorme due ore, vestito, sul letto. A mezzogiorno mangia con Chiara vicino al fuoco: pane, formaggio, una zuppa calda. Marco non c'è ancora. Fuori la neve è bianca nel sole, e dentro c'è il fuoco nel camino. Chiara legge vicino alla finestra. All'una arriva una macchina grigia, sporca di neve e di fango. Scende Marco: occhiali da sole anche in casa, e lo stesso sorriso sottile di sempre. «La neve», dice Marco, e alza le spalle. «Paolo mi manda. E anche M. Tu resti qui con la signorina. Io porto il pacco a Roma. È più sicuro.» «E Paolo?», chiede James. «Arriva domani», risponde Marco. «Ha detto: Marco è un amico.»
Marco non chiede dov'è la scatola. Va subito verso il letto e guarda sotto. Prende lo zaino con due mani e lo guarda un momento, con un piccolo sorriso. James pensa: io ho detto tutto a Marco, alle nove, al telefono. Per lui è solo una piccola cosa strana. Poi dice: «M ha una parola per chi viene a prendere la scatola. Qual è?» Marco lascia lo zaino sul letto. «Una parola? Nessuno mi dice niente, James. Io sono solo l'autista», risponde Marco, e sorride. «Chiama Londra, se vuoi.»
James esce nel corridoio e alza il telefono. Chiede Londra. Aspetta. Poi una voce di donna, lontana: «La linea per Londra non va: la neve.» James chiude il telefono. Torna in camera. Chiara lo guarda, seria.
«Non mi piace quell'uomo», sussurra Chiara, piano, vicino all'orecchio di James. James pensa: la linea non va, la neve è vera, Paolo crede in Marco da dieci anni, e il Gigante è fuori, da qualche parte. Un rischio, ma non ci sono altre strade. Dà lo zaino a Marco. «Va bene. Stai attento», dice James. Marco prende lo zaino e guarda Chiara, un momento più del normale. James lo vede, e non capisce perché. «A Roma», dice Marco. Poi sale in macchina. La macchina grigia parte veloce. Dalla finestra James vede la macchina grigia. La macchina arriva in fondo alla strada bianca, ma non gira verso la valle. Resta lì, ferma, con il motore acceso. James torna vicino al fuoco.
Un quarto d'ora dopo, James bussa alla porta di Chiara. Nessuna risposta. Bussa ancora, più forte. Silenzio. Apre la porta, piano. La stanza è vuota. Il letto è fatto. Sul tavolo c'è una tazza di caffè, ancora mezza piena. Dalla tazza sale ancora un filo di vapore. L'aria della stanza è fredda. In fondo al corridoio, la porta piccola delle scale di dietro è aperta. Sul tavolo, vicino alla tazza, c'è la sciarpa rossa di Chiara, messa lì con cura. James la prende in mano. È ancora un po' calda. La mette nella valigia, con cura. James scende in strada, veloce. Non c'è la macchina grigia. Non c'è Chiara.