La festa in maschera
A James serve solo una maschera. Sabato mattina, Venezia è piena di maschere: bianche, dorate, nere con il naso lungo, tutte nei negozi lungo i canali stretti. James cammina piano per le strade strette, tra i ponti e i piccioni. L'aria è fredda; l'acqua verde dei canali riflette le case rosa e gialle. Vicino a un ponte piccolo, trova un negozio buio, pieno di maschere appese al muro, dal pavimento fino al soffitto. Il negozio profuma di legno vecchio. Q è con lui, ancora con la giacca di tweed. Prende una maschera nera, semplice, senza piume e senza colori, e la mostra a James. «Un vero veneziano», dice Q. «Tu no», ride James. Q non risponde, ma sorride. Compra la maschera e anche un mantello nero, lungo fino ai piedi. «Centosessanta euro», dice la donna del negozio. Q paga, senza una parola, e i due tornano in albergo insieme, con un sacchetto sotto il braccio.
In camera, Q siede vicino alla finestra, con le sue piccole cose sul tavolo: una lente e una piccola luce. James toglie il Rolex dal polso e lo dà a Q. Q apre il fermaglio dell'orologio con un dito e mette dentro la chiave bianca, piccola come un'unghia. Poi chiude il fermaglio e dà l'orologio a James. «Qui nessuno la vede. E tu hai sempre l'ora giusta», dice Q, con un sorriso stanco ma contento del suo lavoro. «Furbo», dice James, e mette l'orologio al polso. «Apri il fermaglio con un dito, ragazzo mio. Niente cacciavite, stasera», aggiunge Q. Il giorno passa piano, troppo piano. James dorme un'ora sul letto, senza sogni. Mangia poco: pane, formaggio, un caffè senza zucchero. Guarda il Rolex molte volte e pensa a Chiara, al piano, alla canzone del casinò. Dalla finestra vede i primi turisti in maschera, già per strada verso la festa. Alle nove di sera, James mette il vestito nero, la camicia bianca e la cravatta nera, con la Walther sotto la giacca, poi il mantello, poi la maschera, e guarda un'ultima volta la piccola stanza prima di uscire.
Alle dieci, una barca stretta porta James lungo il Canal Grande, tra i palazzi con le luci alle finestre, fino a Palazzo Volpe. Q ha già pagato il barcaiolo: centodieci euro. Il palazzo è enorme, con grandi finestre piene di luce e una porta d'acqua larga, aperta sul canale nero. Davanti alla porta, tra due torce, aspetta il Gigante, con la solita faccia senza espressione. James mostra l'invito di Marco, senza dire niente. Il Gigante guarda l'invito a lungo, poi guarda James, dritto negli occhi dietro la maschera. In cima alla scala, dietro di lui, Volpe alza un dito. Il Gigante apre la grande porta di legno.
Dentro, la festa è già grande: duecento maschere, piccole lampade su ogni tavolo e un lampadario d'oro al centro della sala. C'è musica di violini, vino rosso nei bicchieri e profumo dappertutto. Massimo Volpe sta vicino al camino, con Neve in braccio. Ride piano con un ospite. Vicino al piano, altre maschere bevono e ballano lenti. Al piano, in un lungo vestito rosso, Chiara suona una musica leggera, gli occhi bassi sui tasti. James la guarda un momento, poi cammina tra le maschere, senza fretta.
James cerca la scatola. Cammina piano per le sale: il salone, la sala del vino, la terrazza sull'acqua nera, con le mille luci di Venezia dall'altra parte del canale. Fa freddo sull'acqua, ma il vino scalda. Sulla terrazza, contro il muro, un grande orologio con le lancette d'oro segna le dieci e un quarto. A mezzanotte mancano un'ora e tre quarti. Ma la scatola non c'è: non sulla terrazza, non nelle sale, non sui tavoli. James prende un bicchiere di vino da un cameriere e guarda le porte. Due uomini di Volpe stanno sempre vicino alla scala grande che va giù, verso l'acqua. Nessun ospite scende quella scala. Le lancette vanno piano. Per tre quarti d'ora James cerca ancora, sala dopo sala, e guarda le porte. Poi torna nel salone, tra la musica e le maschere.
Alle undici e cinque, Chiara alza gli occhi dal piano e vede James dietro la maschera nera. Le sue mani restano ferme un secondo sui tasti: lo ha riconosciuto, pensa James. Poi Chiara suona la canzone del casinò di Sanremo, la stessa musica della prima sera. «Un segnale? O una trappola?», pensa James. La canzone, almeno, è bella.
Alle undici e dieci, la canzone finisce e Chiara torna alla musica leggera. James va verso la scala grande, ma una mano grande lo prende per il braccio: il Gigante. Volpe viene vicino e alza la sua maschera bianca con calma. «Agente Bond. Il mio ospite d'onore», dice Volpe, con un sorriso gentile. «Una maschera nera e l'invito di Marco. I miei uomini sono al mercato ogni giorno, agente. Hanno visto tutto: Lei, Marco e i carabinieri. Non è difficile.» «Un bicchiere, agente?», chiede Volpe. «No, grazie. Stasera lavoro», risponde James. Il Gigante tocca la cintura di James e trova la Walther. Poi guarda nelle tasche: l'invito di Marco, il gettone nero con la volpe d'oro e una penna. La pistola va nella tasca del cappotto nero del Gigante. Il Gigante preme la penna una volta, e la penna scrive. È solo una penna. La mette di nuovo nella tasca di James. Poi dà il gettone a Volpe. «Il mio gettone. Grazie, agente. Adesso è a casa», dice Volpe, con un sorriso leggero, senza alzare la voce. Poi fa un piccolo segno con la mano al Gigante.
Il Gigante porta James su per una scala stretta di pietra, fino a una piccola stanza in fondo al corridoio. Nella stanza ci sono un letto, una sedia di legno e una finestra piccola, chiusa, proprio sopra il canale. Il Gigante chiude la porta a chiave, con un rumore forte, e resta fuori. Sotto, la festa continua; la musica dei violini arriva piano attraverso il pavimento di legno. James mette il ferro della penna nella serratura: è una serratura semplice. Gira piano verso destra, conta tre secondi, e apre la porta un poco. Nel corridoio c'è il Gigante, di spalle: guarda la scala. E dalla scala arrivano voci e passi pesanti: sono gli uomini di Volpe, con le radio. Il Gigante nel corridoio, gli uomini sulle scale: la porta non è una strada. James chiude la porta senza rumore e gira il ferro verso sinistra: la serratura chiude di nuovo.
James va alla finestra e apre il vetro. Dietro il vetro ci sono due persiane di legno, pesanti, chiuse con una catena di ferro e un piccolo lucchetto: un lucchetto semplice. James gira la penna, preme, e mette il piccolo ferro nel lucchetto. Gira piano verso destra: la penna fa tutto da sola. Tre secondi, e il lucchetto è aperto, senza rumore. James toglie la catena e la mette piano sul letto. Poi apre le persiane. Entra l'aria della notte, fredda e umida. James guarda giù. Sotto la finestra ci sono quattro piani di pietra, e in fondo c'è il canale, nero, lontano. L'acqua del canale è bassa: un metro e mezzo, forse due. Da qui, un salto in quell'acqua è la morte. Per questo la stanza è una buona prigione: per gli uomini di Volpe, da questa finestra non esce nessuno. Ma in basso, sotto la finestra, lontano dalla porta d'acqua grande, c'è un piccolo balcone di pietra, buio, con le finestre chiuse. Dal balcone all'acqua ci sono solo due metri. James guarda il letto: un lenzuolo bianco, lungo, e una coperta grigia. Con le mani, James strappa il lenzuolo e la coperta in pezzi lunghi. Poi lega i pezzi, uno dopo l'altro: una corda bianca e grigia, lunga dieci metri, forse di più. La musica arriva piano attraverso il pavimento. Le undici e venti. Le undici e venticinque. Dov'è la scatola? James lavora ancora sulla corda. Alle undici e trenta, una chiave gira nella porta. James chiude il vetro, veloce, mette la corda sotto il letto e resta fermo. È Chiara, con un bicchiere di champagne in una mano e la chiave di Volpe nell'altra. «Volpe mi manda con lo champagne, per il prigioniero. E mi dà la chiave», sussurra Chiara. «A Volpe ho detto: l'inglese mi ha presa con la forza. Lui mi ha creduta. Volpe crede sempre a quello che vuole.» «Perché sei qui?», chiede James. «Per mio padre. E perché tu non hai paura di Volpe», risponde Chiara. James pensa alla finestra dell'albergo, a Chiara libera vicino a Marco. «Marco è venuto nella mia camera con una pistola in mano. Mi ha portato a Venezia in macchina», dice Chiara. «Cammino libera vicino a lui perché non ho la borsa, non ho soldi, non ho documenti, e gli uomini di Volpe sono su ogni ponte.»
«E la scatola?», chiede James. «Non è nelle sale», risponde Chiara. «Giovedì notte ho visto due tecnici portare la scatola giù. È giù, nella sala di controllo di Volpe Energia, vicino all'acqua. Un cavo nero va dalla scatola al muro. Da lì, la scatola parla con le centrali.» Chiara guarda la porta. «Il programma della festa lo scrivo io. A mezzanotte la musica finisce, e Venezia va al buio. Trenta secondi di buio. Poi partono i generatori del palazzo, e la luce torna solo qui. Volpe vuole questo: Roma spegne l'Italia, Volpe porta la luce.»
James la guarda e pensa al porto, alla barca, alla neve fuori dalla finestra a Cervinia: ogni volta, in ogni momento difficile, Chiara è stata lì. «Va bene», dice James, con calma.
Insieme guardano fuori dalla porta: il corridoio è vuoto. Il Gigante non c'è più. «Volpe lo ha chiamato giù, per la mezzanotte», dice Chiara. Dalla finestra James vede gli uomini di Volpe giù, alla porta d'acqua grande. E dalla scala arrivano ancora voci e passi pesanti. «Dietro il palazzo c'è una porta di servizio, per il pane e il vino delle feste», dice Chiara. «Va dritta alla sala di controllo, e stasera non ha guardie. E sotto il ponte vicino c'è la barca di servizio di Volpe, una barca piccola. Ogni giorno porto i fiori e il vino al palazzo con quella barca, e nessuno la guarda. Oggi è un giorno di festa: come sempre, l'ho legata là nel pomeriggio.» «Il corridoio è vuoto, ma la scala no», dice James. Poi prende la corda da sotto il letto e la mostra a Chiara. «C'è un'altra strada: l'acqua», aggiunge James.