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Mezzanotte

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Velocità

Il corridoio profuma di pane, di vino e di pietra bagnata. James cammina sul bordo, vicino al muro, e le sue scarpe lasciano piccole orme d'acqua sul pavimento. Conta i passi: dieci, quindici, venti. Dalla porta mezza aperta arriva una luce verde. James guarda dentro, senza rumore. La sala è lunga e senza finestre, con il soffitto basso e l'aria calda. Ci sono tre scrivanie con carte, matite e quattro telefoni grigi, e una lampada verde che fa un cerchio di luce sul legno. Telefoni della rete: parlano solo con le centrali. Sul muro, sopra le scrivanie, un grande orologio rotondo segna mezzanotte meno due. Sul muro di fronte c'è una grande mappa del nord, piena di piccole luci verdi: ogni luce è una centrale, e tutte lavorano. Davanti alla mappa, un tecnico in camicia bianca e con la cravatta lenta beve un caffè e ride piano, al telefono. In un armadio basso di metallo, con una porta di vetro, c'è la scatola nera. Sulla porta c'è una piccola luce bianca. Un cavo nero va dalla scatola al muro. Dietro, l'armadio è aperto, per il cavo. Sulla scatola, un piccolo orologio rosso conta i minuti verso la mezzanotte.

Sopra, la festa è più forte di prima. Il soffitto trema piano a ogni passo, e un poco di polvere bianca cade sulle scrivanie. Poi la musica finisce, e qualcuno batte su un bicchiere: tin, tin, tin. È il momento del brindisi. Dalla scala arriva la voce di Volpe, forte e chiara, in un microfono: «Signore, signori, signori ministri! Grazie a tutti. Da cento anni, la mia famiglia porta la corrente nel nord.» Il tecnico resta giù, come ha detto Chiara. James abbassa la testa, apre la porta e resta lì, con la torcia verso il pavimento. «Il signor Volpe vuole il tecnico sulla terrazza. Subito. Per i ministri», dice James, in italiano, corto e duro. Il tecnico resta seduto. «Adesso? Ma il signor Volpe dice sempre: la sala, mai sola», risponde il tecnico. «Stasera ci sono i ministri», dice James. Il tecnico guarda il cappotto, la radio, la torcia. «Non ti conosco», dice il tecnico. «Sei nuovo?» «Di stasera», risponde James. Sopra, Volpe continua: «Stanotte, a mezzanotte, comincia la legge nuova. Roma prende le mie centrali. Va bene: Roma ha le carte e i timbri.» Gli ospiti ridono. Anche il tecnico ride, piano. Poi, finalmente, prende la giacca. «Va bene, va bene. Arrivo», dice il tecnico. Passa a un metro da James, con la tazza in mano, e sale la scala, lento, un gradino dopo l'altro. «Trenta secondi, signori!», grida Volpe. «Ma stanotte, signori, niente lacrime: stanotte, festa!» Gli ospiti battono le mani.

James entra, veloce. Apre il fermaglio del Rolex e prende la chiave bianca. L'armadio è chiuso, ma non ha un buco per una chiave: solo la piccola luce bianca sulla porta. Il vetro è grosso, e il diamante taglia solo il vetro sottile. Tirare il cavo? No: Volpe rimette tutto in un minuto, e il programma resta nella scatola. Solo la chiave cancella il programma. Ma dietro, l'armadio è aperto, per il cavo. Il buco per la chiave è sulla scatola, dove ha detto Q, ma è dietro, verso il muro. Dietro, il buco nell'armadio è stretto: il braccio passa, la scatola no.

«Venticinque!», grida Volpe. James mette dentro tutto il braccio. Non vede niente. Le dita cercano il buco. «Venti!» Niente: solo metallo. «Quindici! A mezzanotte, signori, uno spettacolo di luci per tutti!», grida Volpe. Le dita di James trovano il buco. Ma le mani sono ancora fredde, dopo l'acqua del canale. «E adesso, contate con me!», grida Volpe. «Dieci!» Duecento voci contano con lui: «Dieci!» La chiave tocca il buco. «Nove!» La chiave non entra. «Otto!» James la gira un poco. «Sette!» La chiave entra. James guarda l'orologio sul muro: mezzanotte meno sette secondi. Due secondi, ha detto Q. «Sei!» Sulla scatola, il piccolo orologio rosso lampeggia: acceso, spento, acceso. James non respira. «Cinque!» Il piccolo orologio rosso diventa nero. «Quattro!»

«Tre!» James tira fuori il braccio, piano. «Due!» Il cuore batte nelle orecchie. «Uno!» Gli ospiti gridano tutti insieme, con Volpe. Poi, sopra, un grande «Mezzanotte!», e il rumore dei bicchieri. James guarda la mappa. Le luci restano verdi: tutte. La luce della sala resta accesa. Sopra la testa di James, dopo i bicchieri, arriva un silenzio strano. Gli ospiti aspettano lo spettacolo, e lo spettacolo non arriva. Una donna ride, poi smette. Poi cominciano le voci, basse, cento voci insieme, come l'acqua contro un muro. Un uomo chiede: «E allora?» Nel microfono, Volpe ride, una risata corta, troppo corta. «Un piccolo problema tecnico, signori», dice Volpe. «Niente di grave. Musica, per favore! Vado a vedere io.» I violini ricominciano, un poco in ritardo. James non vede la faccia di Volpe, ma sente la voce: calma, ma troppo veloce. Davanti ai ministri, lo spettacolo di Volpe non comincia mai. E adesso Volpe scende.

Adesso la scatola: un minuto, forse meno. È vuota, ma è ancora la scatola di Q, e non può restare qui. Il laser sul metallo dell'armadio? James guarda il Rolex: la carica è al dieci per cento. Troppo poco. James prende la porta di vetro con le due mani e tira, forte. Niente. Tira ancora. La porta trema, ma resta chiusa. Mezzanotte e un minuto.

Passi veloci sulla scala interna. Non sono i passi di un ospite. Volpe e il Gigante scendono e arrivano alla porta della sala, Volpe con Neve in braccio. La faccia di Volpe è bianca come il suo vestito. Il Gigante ha la Walther di James in mano, e la alza. Tre metri, e la pistola. Sul muro, accanto alla mano di James, c'è una grande leva rossa: INTERRUTTORE GENERALE.

James tira la leva. Buio. Un piccolo clic, vicino all'armadio. Uno sparo, fortissimo. Il colpo trova il muro, vicino alla testa di James. Nelle orecchie, solo un fischio. «Basta!», grida Volpe. «La scatola è qui!» James va giù, contro il muro, sotto la leva.

Una luce bianca: il Gigante accende una torcia. La luce corre sulla mappa, sulle scrivanie, sull'armadio. La porta di vetro dell'armadio è aperta, un poco. James capisce, troppo tardi: l'armadio è chiuso con la corrente, e senza corrente la porta è aperta. La sua leva ha aperto l'armadio per Volpe. Nella luce della torcia, Volpe prende la scatola, vede la chiave bianca nel buco, e stacca il cavo dal muro. «La scatola è vuota, adesso», dice Volpe, piano, a nessuno. «Ma è l'unica al mondo. Tra un mese, è di nuovo piena.» Intanto la torcia del Gigante gira, piano, lungo il muro: la mappa, un telefono, una scrivania. Viene verso James. Due metri. Un metro. James non respira.

Dalla scala arrivano voci: gli ospiti scendono a vedere. Dopo lo sparo, la scorta porta via i ministri e chiama i carabinieri, pensa James. «Lascia l'inglese», dice Volpe al Gigante. «La scorta chiama i carabinieri. Alla barca, subito. Stanotte la scatola esce dall'Italia.» La torcia resta ferma, a un metro dalle scarpe di James. Poi gira verso la porta. Il Gigante va avanti, con la torcia, e fa luce sulla strada per Volpe: Volpe dietro di lui, la scatola sotto un braccio, Neve nell'altro. La luce della torcia esce dalla sala, scende verso l'acqua, e sparisce. Dalla porta d'acqua grande arriva il rumore di un motore, forte, poi sempre più lontano. James alza la leva. La luce torna, forte e bianca, in tutta la sala. L'orologio segna mezzanotte e tre.

James non guarda indietro. Corre nel corridoio, passa davanti alle casse, apre la porta di servizio, lascia il cappotto, la torcia e la radio sui gradini e salta di nuovo in acqua. L'aria fredda della notte è come uno schiaffo, dopo la sala calda. Fuori, Venezia è tutta accesa. Per due minuti, dopo mezzanotte, l'unico buio della città è stato a casa di Volpe. Nuota lungo il muro, nell'ombra, fino al ponte. Sotto il ponte, Chiara è di nuovo lì, nella barca piccola, il motore spento. James salta dentro, e la barca piccola balla sull'acqua. «Vai. Adesso», dice Chiara, e accende il motore. Davanti a loro, nel canale scuro, il motoscafo di Volpe va veloce verso la laguna. James pensa alla scatola: l'unica al mondo. Non deve lasciare l'Italia.

Quaranta minuti di acqua nera, fuori dai canali, fuori dalla laguna. Il vento è freddo e bagnato; ogni onda getta acqua sul vestito di James, che è ancora bagnato. Le mani di Chiara, sul timone, sono rosse. Il Rolex segna mezzanotte e venti, poi mezzanotte e trenta, poi mezzanotte e quaranta. Il Lido, a destra, è una linea gialla lungo la riva; dietro, oltre Venezia, Mestre è una grande macchia di luce. Nessuno, in quelle case, sa niente della mezzanotte. Davanti c'è solo il motoscafo, con le sue luci bianche. Di notte, tra i pali, anche il motoscafo va piano: la laguna è bassa. Chiara guida tra i pali di legno della laguna: escono dall'acqua nera, alti e storti, in due lunghe file, e passano a un metro dalla barca. Non c'è luna, solo stelle fredde e lontane, mille o più. La nebbia è rimasta sulla città: qui il cielo è chiaro. Poi appare La Volpe, ferma al largo davanti al Lido: prima una luce rossa in alto, poi una luce bianca, poi la forma lunga e chiara dello yacht. «Hai freddo?», chiede Chiara, senza girare la testa. «Sì», risponde James. «Quaranta minuti di acqua e di vento, e non sento le mani.» «Anch'io», dice Chiara. «Ma guido, e quando guido non penso al freddo.» James guarda la schiena piccola di Chiara, il vestito rosso, scuro di acqua, e non dice niente. Il motoscafo rallenta vicino allo yacht. Volpe sale a bordo con la scatola e con Neve, e il Gigante sale con lui. Il motoscafo torna indietro, veloce, verso Venezia. Il Gigante va al timone, e il motore dello yacht parte. L'acqua fredda arriva sulla faccia di James a ogni onda. Sul fianco, lo yacht ha una scala bassa. Chiara porta la barca vicino: tre metri, due, uno. James prende la scala e sale a bordo.