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L'ultima mano

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Velocità

È l'una meno un quarto quando James è a bordo. Il vento sul mare è freddo, e la giacca bagnata è come un pezzo di ghiaccio sulla schiena. Dietro lo yacht, lontano, c'è Venezia, una linea bassa sull'acqua. Davanti c'è il mare aperto: nero, piatto, senza una luce. Sotto i piedi di James il ponte trema: il motore gira forte e porta lo yacht verso il largo. Il rumore è tanto forte che nessuno sente i suoi passi.

James non va verso Volpe. Conosce questa barca: martedì notte è stato qui, al buio. Gli uomini di Volpe sono tutti alla festa, o sul motoscafo. In alto, al timone, James vede il cappotto nero del Gigante. Volpe è a poppa, con Neve e la scatola. James va verso il motore, e sulla strada passa davanti alla stanza delle mappe. La porta è aperta. Sul muro c'è ancora la grande mappa dell'Italia, con gli spilli. Sul tavolo c'è la radio, con il piccolo schermo verde: la posizione dello yacht. James chiama sul canale sedici, il canale delle emergenze in mare, piano. Legge i numeri dallo schermo, due volte. «Yacht La Volpe, tre miglia davanti al Lido. A bordo c'è un uomo armato.» Una voce risponde, chiara: «Guardia Costiera. Ricevuto. Avviso i carabinieri.» Sullo schermo verde il punto dello yacht va piano verso il largo. James guarda il Rolex: l'una meno dieci.

Poi James va giù, per una scala stretta, verso il rumore del motore: il rumore lo guida. La sala del motore è piccola e calda, con tubi bassi sopra la testa e una sola luce gialla. Il caldo arriva sulla faccia come l'aria di un forno, e l'odore di olio e di ferro caldo riempie la gola. Il motore è grande come una macchina e fa un rumore forte. James trova un tubo sottile di acciaio: il tubo che porta il gasolio al motore. Cinquantacinque minuti fa, sui gradini del palazzo, la carica è andata a zero. Adesso è al novanta per cento. Mette il Rolex vicino al tubo, a due dita, e gira il bottone fino in fondo. Il laser, rosso, tocca il tubo. Uno, due, tre secondi... sette... otto... nove... e il laser muore. Il tubo è tagliato quasi tutto: resta un filo di metallo. James prende il tubo con le due mani, caldo, e tira, forte, una volta. Il tubo cede. Il gasolio esce sul pavimento, nero e lento, e il suo odore, forte e dolce, copre l'odore dell'olio. Il motore tossisce una volta, due volte, poi tace. Lo yacht va avanti ancora un poco sull'acqua, piano, poi resta fermo. Il Rolex è caldo sul polso. La carica è di nuovo a zero.

Il silenzio arriva in tutto lo yacht, grande dopo tutto quel rumore. James sente solo l'acqua contro il fianco della barca e, lontano, il vento nelle corde. Poi, sopra, passi pesanti sulla scala di ferro. Qualcuno apre la porta della sala. È il Gigante: forse il timone non risponde più. James è già accanto alla porta, contro il muro, e aspetta. La porta è bassa, e il Gigante è troppo alto: deve abbassare la testa per entrare. Prima entra la mano destra, bassa, con una Walther: la pistola di James. Il Gigante non dice niente.

James è più veloce. Il Gigante ha ancora la testa bassa. Un calcio, forte, alla mano: la pistola vola contro il motore e sparisce sotto, nel buio. Adesso sono solo due uomini in una stanza piccola.

James colpisce per primo: alla faccia, due volte, forte. La testa del Gigante gira un poco, e torna. Niente. Poi arriva la mano del Gigante, grande come un piatto, e James vola contro il motore. Il metallo è ancora caldo. James sente il calore sulla schiena, attraverso la giacca bagnata, e il dolore nel fianco.

La faccia non serve: è come colpire un muro. James guarda le gambe. Quando il Gigante arriva di nuovo, James va a sinistra e dà un calcio al ginocchio, di lato, con tutta la forza. Il ginocchio cede. Il Gigante va giù su un ginocchio, ma le sue mani prendono James per la giacca e lo tirano giù con lui. Le mani vanno intorno al collo di James e stringono. James non respira. Colpisce il braccio: niente. La luce gialla diventa piccola, sempre più piccola.

La mano di James, sul pavimento, cerca qualcosa, qualunque cosa. Trova un tubo di gomma, caldo, attaccato al motore: dentro passa l'acqua bollente del motore. James tira, con tutta la forza che ha. Il tubo viene via, e una nuvola di vapore bianco, bollente, esplode sulla faccia del Gigante. Il Gigante lascia il collo e porta le mani agli occhi. Non vede niente. Adesso tocca a James. Va dietro al Gigante, veloce, mette il braccio intorno al suo collo e stringe.

Il Gigante è forte, e non vuole dormire. Con James sulla schiena torna in piedi. Uno, due: va indietro e porta James contro il muro, forte. I tubi suonano come una campana. James sente il colpo in tutta la schiena, ma non lascia. Cinque: il Gigante gira, veloce, e porta James contro il motore caldo. Sei, sette: le mani grandi cercano la faccia di James, le dita cercano gli occhi. James gira la testa e stringe ancora. Dieci: il Gigante va contro il muro un'altra volta, ma meno forte. Dodici, tredici: le mani sono più lente, e il respiro del Gigante è un rumore rotto. Quindici: il Gigante fa un passo avanti, poi un altro, con James ancora sulla schiena, e le gambe tremano. Diciotto: le mani cadono. Venti. Il Gigante va giù, piano, come un albero, e resta sul pavimento, grande e zitto. Dorme, ma non per molto: un uomo così apre gli occhi in un minuto. James toglie la cravatta nera e lega le mani del Gigante dietro la schiena, stretto, con un nodo da marinaio.

James resta in piedi, una mano sul collo, il cuore veloce. Poi trova la Walther sotto il motore. È sporca di gasolio, ma è la sua. Il Rolex dice l'una e cinque.

James torna su, sul ponte, e cerca Volpe, con la Walther in mano. Il salone è vuoto. Le cabine sono vuote. Lo yacht è fermo sul mare nero, e il vento è freddo. Lontano, verso Venezia, appaiono luci blu sull'acqua: due, piccole come due stelle azzurre, a due miglia. Dopo cinque minuti sono a un miglio solo, e il rumore dei loro motori arriva con il vento. Le sirene sono spente. Poi, a poppa, sotto una piccola lampada gialla, James trova Volpe. Il vento muove la lampada, e l'ombra di Volpe va e viene sul tavolo.

Volpe è seduto a un piccolo tavolo, con Neve sulle gambe. Davanti a lui c'è la scatola nera e, vicino alla scatola, un mazzo di carte, sotto un bicchiere, per il vento. Volpe non scappa. Non chiama nessuno. Guarda James, guarda la pistola, poi guarda il mare. Niente motore, niente Gigante, niente strada: James lo legge negli occhi di Volpe. Le luci blu arrivano più vicine, e passano sulla faccia di Volpe, sul vestito bianco, sulle carte. James vede la faccia di Volpe: un uomo che ama le carte, e sa contare. Volpe alza il bicchiere, prende il mazzo con due dita, come sempre, e dà due carte: una per lui, una per James. «Un'ultima mano, agente?», chiede Volpe. «No», risponde James. «Il gioco è finito.» James prende la scatola nera dal tavolo. Volpe non muove le mani. Poi gira la carta davanti a James, con due dita: un asso. «Peccato», dice Volpe, piano. «Anche questa mano è Sua.»

È l'una e un quarto quando le due barche dei carabinieri arrivano ai fianchi dello yacht, con le luci blu che girano silenziose. Quattro carabinieri salgono a bordo. Due prendono Volpe per le braccia, e le manette d'acciaio, due anelli e una piccola catena, fanno un piccolo rumore nella notte. «Neve non ama le divise», dice Volpe, e dà il cane a James. Neve trema nel vento: James la mette dentro la giacca bagnata, contro il petto. Gli altri due scendono nella sala del motore e, dopo un po', portano su il Gigante, in due, con fatica, sveglio e zitto, con le mani ancora legate nella cravatta di James: per Bruno Sasso, il ladro di Londra, la notte finisce qui.

Sulla prima barca c'è Paolo, con il cappotto chiuso fino al collo. Paolo sale a bordo, senza fretta. James gli dà la scatola nera, ancora con la chiave bianca dentro. «Il programma?», chiede Paolo. «Cancellato», risponde James. «Quattro giorni di lavoro di Q, per due secondi.» «Stamattina la scatola va a Londra», dice Paolo.

È l'una e venti. Dietro di loro, lontana, Venezia è una lunga linea di luci, ferma e calma, come ogni notte. Paolo guarda Volpe con le manette, poi guarda James. «Ieri Marco ha parlato con il giudice», dice Paolo, piano. «I soldi di Volpe, le tue telefonate, lo yacht davanti al Lido: tutto. Marco ha dato la scatola a Volpe giovedì. Ma dov'è adesso, Marco non lo sa.» «E Roma?», chiede James. «Roma sa, da ieri», risponde Paolo. «Per questo, stanotte, le barche dei carabinieri sono già in laguna. Ma dov'è la scatola? Nessuno lo sa: per questo sei dentro tu. E la parola di Marco, senza la scatola, non basta per entrare nella casa di un uomo come Volpe. Aspettano solo un segnale.» «E io ho dato il segnale, con la posizione», dice James. Paolo abbassa gli occhi. «Dieci anni con Marco, James. E non ho visto niente.» «Neanche io, a Cervinia», risponde James, e mette una mano sulla spalla dell'amico. «Alle nove Q ti aspetta al bar in piazza San Marco», dice Paolo. «La scatola va a lui. Adesso questa barca ti porta all'albergo con la porta verde, vicino alla stazione: c'è un letto per te.» «E Chiara?», chiede James. Guarda intorno, verso la laguna scura e silenziosa: la barca piccola non c'è più.