Genova
Alle sette meno dieci, domenica mattina, la stazione di Marsiglia è ancora mezza buia. Nella tasca interna della giacca di James, contro il petto, ci sono il piombo e il conto della Trattoria da Nino. Allo sportello compra due biglietti per Genova, con il cambio a Ventimiglia.
«Ottanta euro, signore», dice l'impiegato. James paga.
Claire arriva alle sette meno cinque, con la grande borsa sulla spalla e un giornale sotto il braccio. James le dà un caffè del bar e il suo biglietto.
«Il caffè francese è più lungo», dice James. «Quello italiano è più corto e più forte. A Ventimiglia, l'italiano.»
Claire beve. Poi guarda il biglietto.
«Il treno è Suo», dice Claire. «L'albergo, a Genova, è mio.»
«Come vuole», risponde James.
Il treno parte alle sette in punto e corre verso est, lungo la costa. A destra c'è il mare, grigio sotto un sole bianco di novembre; a sinistra, rocce rosse e un tunnel dopo l'altro. Dopo Nizza Claire chiude il giornale.
«Perché un agente scrive il suo vero nome in un registro?», chiede Claire, senza guardare James.
«Per vedere chi legge», risponde James.
«Ho letto io», dice Claire.
«E un altro, dopo di Lei», dice James. «Venerdì sera, nella mia valigia.»
Claire guarda il mare per un momento. «E sotto l'armadio?», chiede Claire.
«Polvere», risponde James.
Claire quasi ride, di nuovo.
Alle dieci e mezza, a Ventimiglia, James e Claire cambiano treno. Un uomo della dogana italiana guarda i passaporti, poi le due facce, e va via. Dopo, parlano poco: del caffè, del tempo. Non parlano dell'inglese, e non parlano del piombo. È la conversazione più onesta del viaggio, pensa James.
Poco dopo l'una arrivano a Genova. Sopra il porto c'è la Lanterna, il vecchio faro, alta e bianca. Claire trova un piccolo albergo nel quartiere del porto. Al banco c'è un impiegato giovane, con un maglione blu. Claire dà i due passaporti.
«Due camere», dice Claire. «Non allo stesso piano.»
L'impiegato scrive i due nomi nel registro e rende i passaporti. «Una notte? Ottanta euro, signora», risponde l'impiegato.
Claire mette i soldi sul banco, in contanti. L'impiegato mette due chiavi vicino ai soldi: la sette, al primo piano, e la diciannove, al terzo. Claire prende la sette e dà la diciannove a James.
«Alle sette e mezza, in via del Molo», dice Claire. «Il ristorante del conto.»
«Alle sette e mezza», ripete James.
Claire sale la scala e non gira la testa. Quando i suoi passi sono lontani, James torna al banco.
«La farinata, vicino al porto vecchio?», chiede James.
«Vicino al porto vecchio ci sono tre forni», risponde l'impiegato. «Ma la domenica pomeriggio è aperto solo Da Giacomo. Sempre giù, verso il porto, per le scale. Dieci minuti.»
Alle quattro meno un quarto James esce. A Genova le strade del porto non salgono: diventano scale, di pietra, lunghe e grigie, con un lampione ogni venti scalini. Tutto è calmo.
Da Giacomo è un posto stretto e caldo: un banco di marmo, un forno a legna, odore di olio e di legna. Dalla porta James guarda dentro, come sempre.
Al banco, solo, c'è un uomo alto e magro, con i capelli biondi come la paglia e gli occhi grigi. Ha gli stivali bagnati e il cappello sul marmo, vicino al piatto. Davanti a lui ci sono tre piatti di farinata, sottile e dorata. Uno è già vuoto.
Per un secondo James resta fermo sulla porta. Poi entra e mette una mano sul banco, vicino al cappello.
«Sei vero», chiede James, «o è la farinata?»
L'uomo alto gira la testa e sorride con tutta la faccia. «Ehi, amico!», dice Felix, piano. «Prendi un piatto.»
Felix Leiter è del Texas e lavora per la CIA. Lui e James hanno fatto molte missioni insieme, e dopo ogni missione una lunga cena. Parla italiano con un enorme accento americano. Uno che ti conosce, ha detto Moneypenny. Adesso James sa chi.
Giacomo, il padrone, porta un piatto caldo e due birre.
«Conosci una francese, Claire Roux?», chiede James.
«Io no», risponde Felix. Felix pulisce le dita. «I francesi sono buoni amici. Ti danno il menù, mai la ricetta», aggiunge Felix.
«Il menù mi basta», dice James.
«Bene», dice Felix. «E a tavola non parlo di lavoro.»
James prende dalla tasca interna il conto della Trattoria da Nino e lo mette sul marmo, vicino al piatto di Felix, senza una parola.
Felix legge. Il sorriso resta sulla bocca, ma non negli occhi. «Via del Molo?», chiede Felix, piano. «Conosco quella strada.» Poi alza la voce: «Giacomo, un'altra farinata!»
Giacomo va verso il forno, in fondo. Felix rende il conto. Felix guarda il suo piatto vuoto.
«Okay», dice Felix. «Il piatto è finito.»
«Un amico di Londra non telefona da quasi due settimane», dice James. «Prima, ha mangiato lì.»
«In quella strada c'è un magazzino», risponde Felix, piano. «Brandt e C., spedizioni. Un tedesco di Amburgo: Ernst Brandt. Il nostro tedesco.»
«Le casse?», chiede James.
«Macchine americane, da quattro anni», risponde Felix. «Le carte dicono una cosa, e le casse vanno all'est. Ma le carte sono in ordine. Senza una prova, la polizia italiana non apre.»
«Quando?», chiede James.
«Il camion parte stasera, per la nave della notte», dice Felix.
«Stasera?», ripete James. «Non il venti?»
Felix alza le spalle. «Questo è il camion della domenica», risponde Felix. «Il venti? Lo scrivo.»
James tocca la tasca interna della giacca, dove c'è il piombo. «Prima so che cosa è», pensa James. Il piombo resta in tasca.
«Io ho solo carte», dice Felix. «Nessuna foto. Un texano alto con una macchina fotografica, in via del Molo? Tutti lo vedono.» Prende dalla tasca una piccola macchina fotografica e la mette sul marmo. «La vuoi?»
James guarda la macchina, poi la spinge piano verso Felix. «Ho buona memoria», dice James.
«La memoria non va a Washington», risponde Felix. «Se vedi la sua faccia, la voglio. Un messaggio, come oggi.» Felix rimette la macchina in tasca.
«Stasera ti trovo una faccia», risponde James.
Giacomo torna con la farinata nuova, e il conto.
«Ventotto euro», dice Giacomo. «Cinque piatti e due birre.»
Felix ride e mette i soldi sul marmo. «Paga Washington», dice Felix.
Fuori è quasi buio, e comincia a piovere di nuovo.
Alle sette James è in una cabina del telefono, di vetro, all'angolo della piazza, a cento metri dall'albergo. La pioggia corre sul vetro. James chiama l'operatrice e chiede Londra. Passano alcuni minuti.
«Com'è il mare?», chiede Moneypenny.
«Calmo», risponde James.
Dalla tasca prende la scatola del sapone e mette le due metà sul ricevitore. «Linea sicura», dice Moneypenny. «Un momento.»
Poi la voce di M, bassa.
«Felix Leiter è a Genova», dice James. «Il tedesco è Ernst Brandt, di Amburgo. Ha un magazzino in via del Molo, vicino al porto. Le sue casse vanno all'est, con carte in ordine. Reed ha mangiato in quella strada, più di due settimane fa.»
«E Reed?», chiede M.
«Non ancora», risponde James. «Stasera guardo il magazzino.»
«Per le linee aperte, Brandt è "il cliente"», dice James.
«Il cliente», ripete M. «Tre giorni.» Poi M chiude la linea.
James chiude la scatola e la rimette in tasca. Poi esce nella pioggia.
Alle sette e mezza Claire è già in via del Molo, davanti alla Trattoria da Nino: otto tavoli, una stufa e una grande finestra sulla strada. Dall'altra parte della strada c'è il cancello alto di un magazzino, aperto. Sopra, in lettere bianche: BRANDT & C. — SPEDIZIONI. Sotto il cancello, al coperto, un uomo con una giacca di pelle tiene in mano una torcia spenta e guarda la strada.
«Il tavolo alla finestra?», chiede James al cameriere, un uomo anziano con un grembiule lungo.
«La finestra, sì», risponde il cameriere. Guarda un tavolo in fondo al ristorante, vicino alla stufa. «Quello in fondo no: è del signore tedesco, la domenica.»
Claire prende la sedia con la schiena alla strada; James quella davanti al vetro. «L'uomo del cancello non conosce la mia faccia», dice Claire, piano. «E non deve.» Uno guarda, l'altra parla.
«Un mio amico inglese mangia qui, a volte», dice James. «Magro, grigio, sui cinquant'anni.»
Il cameriere pensa un momento. «Un giovedì sera, più di due settimane fa», risponde il cameriere. «Da solo, a questo tavolo. Il vino della casa. Tutta la sera ha guardato la strada, non il piatto.»
James gira la sua sedia di un quarto, verso la strada, come l'inglese. «Lo stesso vino dell'inglese, per favore», dice James.
«Il Pigato della casa», risponde il cameriere, e va verso la cucina.
Claire alza un sopracciglio, ma non chiede niente.
Fuori piove. Un camion è fermo davanti al cancello, con il motore acceso. Al volante c'è un uomo con un berretto di lana. Due uomini portano le casse dal magazzino al camion, una alla volta: casse lunghe, di legno chiaro, pesanti. Sul camion un terzo uomo, con una scatola sotto il braccio, chiude ogni cassa: un filo di ferro intorno, e con una pinza stringe sul filo un piccolo pezzo grigio. Nella scatola ci sono decine di pezzi grigi, tutti uguali.
Un piccolo pezzo grigio, uguale al pezzo di James.
Sotto il tavolo James gira il piombo tra le dita, nella tasca. Adesso sa a che cosa serve: chiude una cassa. La sua faccia non cambia.
Claire parla del vino e della pioggia. Una volta sola gira la testa verso il cancello.
Alle otto entra un uomo grande, sui cinquantacinque anni, pesante nelle spalle, con i capelli grigi cortissimi, un buon cappotto grigio e un cappello morbido. Sulla mano sinistra ha un guanto. Sotto il braccio tiene una piccola scacchiera di legno.
Claire guarda il suo bicchiere, a lungo.
L'uomo va al tavolo in fondo. Lì toglie il guanto: tre dita della mano sinistra sono bianche e rigide. Non le nasconde. Apre la scacchiera vicino al piatto e guarda i pezzi un momento, prima di ordinare. Poi mangia con la destra, sempre: il pane, la forchetta, il bicchiere. Dopo, con il caffè, accende un sigaro.
Dopo dieci minuti l'uomo con la giacca di pelle lascia il cancello ed entra. Fuori, vicino al camion, restano i due uomini delle casse. L'uomo con la giacca di pelle ha circa quarant'anni e le spalle larghe. Va al tavolo in fondo e parla al tedesco, piano. Quando apre la bocca, James vede un dente rotto, davanti.
James pensa a Yvette, sulla porta, con la chiave stretta nella mano.
Il tedesco risponde con una parola sola. Poi guarda la coppia alla finestra, un momento, e poi l'uomo con il dente rotto. L'uomo con il dente rotto torna fuori, al cancello, con la sua torcia.
Alle nove e mezza ci sono sei casse sul camion, chiuse, ognuna con il suo piccolo pezzo grigio. Dentro il cancello, sotto la luce gialla, aspettano ancora quattro casse.
Il tedesco finisce il caffè e il sigaro, chiude la scacchiera e rimette il guanto. Verso la porta passa vicino al tavolo di James, resta fermo un momento e guarda la bottiglia.
«Il vino della casa, qui, è per gli uomini del porto», dice il tedesco, piano. «Non per i turisti.»
«Bevo quello che beve la gente che lavora», risponde James, con calma.
Il tedesco guarda la faccia di James un secondo di più. Poi quasi sorride. «Buonasera», dice il tedesco, e va verso la porta. Fuori lo aspetta un taxi, e il taxi va via verso il centro. L'uomo con il dente rotto resta al cancello.
«Ho la faccia per Felix», pensa James.
«Quarantotto euro», dice il cameriere, con il conto. James paga.
Claire guarda il cancello. «Il camion è quasi pieno», dice Claire.
«Voglio vedere dentro una cassa», risponde James, piano.
Claire mette la borsa sulla spalla. «Allora non da questo tavolo», dice Claire.
Escono nella pioggia e vanno giù per la strada, verso il porto, sotto gli occhi dell'uomo al cancello. Dopo l'angolo tornano su, per una strada stretta dietro le case. A venti metri dal cancello, dall'altra parte della strada, c'è un vecchio portone, profondo e buio. James e Claire entrano nell'ombra.
«Tre giorni al venti», pensa James. E dietro il cancello aspettano quattro casse.